Articolo
comparso su “Oltre il popolo di Seattle”,
edizione “la comune”, Roma, 2003 del dott. Ivan Di Marco
INTRODUZIONE
POCO SERIA
“Se, dunque,
nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare quello
che vuole, ma ciascuno è, per diritto imprescrittibile della natura, padrone
dei suoi pensieri, ne segue che in un ordinamento politico non è mai
possibile, se non con tentativi destinati a fal lire miseramente, voler imporre
a uomini di diverse, anzi contrarie opinioni l'obbligo di parlare esclusivamente
in conformità alle prescrizioni emanate dal sommo potere.”
Baruch Spinoza, Trattato teologico‑politico,
capitolo ventesimo.
Esistono
due modi fondamentali per superare il governo Berlusconi: il primo modo consiste
nella politica classicamente intesa, quella che si trova davanti ai nostri
occhi tutti i giorni, che si attua in parlamento e che affina le armi nelle
sezioni di partito. Il secondo modo invece riguarda la critica psicologica o
critica intellettuale. Si tratta in un certo senso di proporre, attraverso le
armi intellettuali, un'indagine più speculativa, ma non per questo meno attiva
della lotta politica, del fenomeno Berlusconi, dei suoi fini ultimi e dei suoi
risultati ultimi. Solo apparentemente il discorso si presenta in termini di
astrattezza ma in realtà esso parla un linguaggio assolutamente concreto perché
propone una rinascita gioconda, veritiera (e in direzione della forza e
dell'emotività del popolo) dell'immaginario politico d'opposizione.
Ciò
che lotta contro un mondo volgare, gretto e presuntuoso. deve prima di tutto
avere a cuore una strategia diversa nella lotta, cioè riscoprire le proprie
emozioni ponendosi in un dialogo indissolubile con le proprie radici
intellettuali, apprendendo il più possibile da queste oltre che dalla ragion
d'essere della politica stessa: la moltitudine, la totalità, il mondo della
vita del tutto sociale. Ciò che si propone di contrastare un mondo austero deve
prima di tutto saper riacquisire la
santa facoltà del saper ridere. Il linguaggio politico è vecchio, ma le
condizioni di possibilità in funzione di una sua rinascita sono infinite.
L’approccio
intellettuale e psicologico in aperta funzione antiberlusconiana mira alla
rivalutazione della riscoperta delle emozioni. Esso attua una
"propaganda" beffarda che riscopra la grandezza dell'essere
fanciulli. Maturare è abolire ogni maturità austera, è concepire il progresso
dell'individuo e dell'essere umano come una continua e autonoma energia
creativa. Come aveva ben visto Nietzsche, ne La gaia scienza, la vita
è mezzo della conoscenza ed è il più grande contromovimento. Una totalità
emotiva non austera ma schietta e selvaggia. E' la completezza della forma
artistica nella sua purezza. Bisogna dunque essere spietati contro chi tende a
mortificare questo movimento artistico, ma nello stesso tempo scientifici, procedere con metodo genealogico per capire
quale forma di menomazione sia stata vissuta da coloro che fondamentalmente
vogliono sopprimere l'essere umano. Ma l'analisi va di pari passo con il
sarcasmo. Andare a ritroso in un’ analisi spesso porta a conseguenze
pittoresche, e ciò che viene a galla è una situazione storica fatta di uomini
goffi, sempliciotti, in poche parole ignoranti. A quel punto ci si rende
automaticamente conto che il mondo della cultura, e lo stralcio di qualche
ragione politica, passano per altre mani e non certo per quelle di chi, solo
per circostanze non accidentali, ha avuto la possibilità di esprimere
ragionamenti così idioti e sterili da mettere in imbarazzo la stessa tavola
rotonda degli scaldabanchi che lo circondano.
Quando
l'analisi ha gustato l'umana trivialità che si nasconde dietro un governo di
decadenti, viene quasi da tirare un sospiro di sollievo, torna il gusto della
risata e nello stesso tempo della lotta. Non c'è niente di più bello di
un’autocoscienza che ha digerito. Non c'è niente di più bello di una coscienza
felice, che ha riconosciuto la sua propria libertà nel non riconoscimento nello
stato, nel regno dell'austerità.
La
lotta intellettuale passa attraverso l'analisi psicologica e culturale, dopo di
essa il buon umore torna spontaneamente e anche la precedente mancanza di
chiarezza si tramuta in energia creativa. Ma bisogna voler conservare la
capacità della curiosità e della fantasia, ed è una grandezza che a poco a poco
il sentimento popolare sta riprendendo. Il popolo è la vera e unica
aristocrazia, la vera élite fulcro della vita emotiva, e non soltanto una
categoria politica continuamente manipolabile dagli infelici. Il dubbio rimane
quando si lanci un'occhiata alla sfera politica vera e propria che dovrebbe
farsi attrice della vita del popolo. Qui si comprende che la maggioranza è
composta da uomini vecchi, austeri, decadenti non meno degli altri becchini, e
fin quando l'opera di ringiovamento non sarà apportata sul piano politico e su
quello ideologico, il popolo continuerà a maturare da solo e a progredire di
per se; c'è un’unità indissolubile che può conoscere momentanee alienazioni le
quali sono propedeutiche ad una situazione di superamento della morte
dell'individuo. Il fatto stesso di essere vita pura è la più grande antitesi ad
un ordinamento di menomati che da ogni dove predicano la morte, non avendo
trovato nell’immanenza stessa di tutto ciò che pulsa qualche soddisfazione e
qualche motivo per essere felici, cioè umani. Chi non ha una cultura della vita
sarà sempre e soltanto uomo del risentimento, perciò sarà sempre e soltanto
nemico del popolo. Popolo è una totalità definibile come “l'incessantemente
trascendentale" dato che,. nella sua indeterminabilità, è una continua
condizione di possibilità,. inarrestabile spinta., impossibilità della chiusura
in uno schema irreversibile: arte pura.
QUELLO CHE BERLUSCONI SA
(dei primi due fallimenti di tutto il suo progetto)
La
prima forma di lotta intellettuale consiste nel riconoscere. ciò che è cultura
e ciò che non lo è, ciò che è davvero superiore e ciò che non lo è, ciò che si
basa sulla conoscenza e ciò che si basa sull'ignoranza, tutto quello insomma
che il presidente del consiglio crede di essere e che, povero lui, non è
affatto.
Berlusconi
è un uomo fortunato, da un certo punto di vista ha tutto, è una strapotenza
economica, è un uomo delle circostanze non accidentali e dalle solide amicizie,
basta pensare a fantasmi del passato quali Craxi, socialisti del garofano,
democrazia cristiana e tutto l'orrore successivo al compromesso storico.
Ma
se questo è vero, a cosa aspira Berlusconi, negli ultimi anni della sua vita,
tramite la politica ? La risposta è in fondo semplice, egli vuole entrare nella
voce storica, figurare nel cosmo di
uomini quali Napoleone, Kennedy, Enrico VIII o Federico II ma purtroppo per lui
non riesce a fare i conti con qualcosa che continuamente gli sfugge, lo
tartassa e lo tormenta: le suo lacune culturali, la sua origine modesta,
parrocchiale e timorosa.
Qui
assistiamo alla volontà delirante di un uomo che non si rassegna, che dopo aver
accumulato tanto vuole ancora. Qui aleggia la mancanza di serenità, il tempo
sfugge e la proclamazione di uomo universale è ancora troppo lontana, un
miraggio, e per di più ostacolata da chi ha ancora del buon gusto storico. A
questo punto una sola parola, messa in evidenza precedentemente da Nietzsche,
definisce la situazione vissuta da quest'uomo: ressentiment. Berlusconi è l’uomo del ressentiment perché la sua origine è plebea. Non c’e niente di
elitario nel suo passato, niente che sia conforme o sorregga un piano
trionfale, niente di niente. Gli uomini cui egli si ispira erano tutt'uno con
il potere e la ricchezza, avevano un’origine nobile, una cultura nobile, un
potere tramandato e consolidato ma fortunatamente, destinato a perire tramite
cicliche rivoluzioni. Berlusconi invece rimarrà sempre un sempliciotto, questo
è il suo castigo,. il castigo della presunzione. La sua illusione guarda già al
futuro e all'olimpo della memoria storica, ma questi sogni del visionario
entrano in una crisi di pianto isterico quando cercano la propria origine, il
passato, ciò che c'è a ritroso, perché allora vi ritroveranno soltanto il
vuoto, il nulla cioè la più becera mancanza di una tanto agognata cultura della
grandezza.
Come una formichina laboriosa il bonhomme ha costruito mattone dopo mattone la sua stalla, poi la
parca mensa, poi un piccolo appezzamento di terreno e così via. Come già detto
le circostanze non sono state fortuite, nelle comunità primitive in fondo ci si
aiutava badando con oculatezza “al mio cavolo” e “al tuo carciofo”, al mio
piccolo mondo e al tuo piccolo mondo. Tutto era mosso soltanto dall’immediato
concetto di utile. E ciò che conta in tale ragionamento è proprio questo.
Berlusconi vive la lacerazione psicologica dell'uomo dell'utile; accumulare,
accumulare e accumulare senza il benché minimo stralcio di cultura, senza la
benché minima cognizione di un potere politico o di qualcosa di lontanamente
aristocratico. Il fondamento del suo presunto potere non ha alla base nulla di
diverso dal principio del baratto dell'uomo primitivo. Questo è il suo dramma.
Ciò che egli ha saputo fare è stato coltivare e proteggere l'orticello. Niente
di più plebeo dunque. Un semplice uomo con un volgarissimo istinto di
conservazione ma con la fortuna di avere avuto dei vicini disposti ad aiutarlo
per ricavarne i rispettivi, semplici, brutali benefici.
Basta
immergersi nella lettura di Parini o, perché no, dello stesso Manzoni per avere
il profilo psicologico di un signorotto come il nostro premier. La sua
ostentata cultura umanista è una cultura della zappa padana.
Viene
però il momento in cui sia Parini che Manzoni vengono superati. Chi per una
volta non ha sognato di essere quell'uomo hegeliano, cioè il portatore
privilegiato dall'astuzia della ragione storica in grado di condurre in avanti
il destino dello spirito occidentale ? Naturalmente Berlusconi non ha mai letto
Hegel, ma anche se lo avesse fatto non lo avrebbe mai capito fino in fondo,
perché l'alfiere dell'idealismo era interessato alla libertà dello spirito di
un popolo, Berlusconi è invece interessato a colmare le sue grosse lacune e
frustrazioni di uomo della plebe. Il suo ragionamento deve essere stato questo:
« Non passerò alla storia perché ho tramutato le vecchie zappette e vanghe dei
miei avi in vanghe d'oro, io devo fare qualcosa in più, estendere il mio
progressismo primitivo a tutti i popoli, a tutti gli uomini. Io posso fondare
soltanto con l'esempio pratico il metodo Berlusconi, ma per fare questo devo
essere un maestro temuto, darmi un contegno, un tono, un portamento, un potere
che faccia dimenticare a tutti, persino a me stesso, le mie basse origini ». Ed
ecco la tragedia. La situazione di quest’uomo ricalca, per certi versi, la
psicologia di Mastro don Gesualdo. Uomo del volgo arricchito ma pur sempre uomo
del volgo, ignorante, senza cultura, senza la tradizione. Il cavaliere
esperisce continuamente su di se il fatto che lì dove non arriva la cultura
arrivano i soldi. Egli ne da una prova con le sue dichiarazioni al parlamento
europeo, in Turchia, quando parla di Mussolini e del comunismo stesso. Qui si
comprende la sua lacerazione: la frattura tra cultura e produzione reificata.
Tutto
il potere di Berlusconi è simbolo del progresso tuttavia senza essere esso
stesso progresso. I suoi miti almeno avevano alla base un ethos culturale.
Atene e Roma e la Francia e la Germania aleggiavano nelle imprese dei grandi
reazionari e condottieri che alla fine sono caduti, figuriamoci dunque quanto
può essere duraturo un governo gestito da personaggi più gretti e volgari con
le idee palesemente confuse. Non si gestisce nessun potere con l'identità di
homo economicus. Non si va in nessun olimpo senza una cultura raffinata. Una
conoscenza manualistica non basta e non convince nemmeno le folle tanto
sottovalutate e disprezzate, perché i tempi sono cambiati e l'inganno non dura
a lungo. Le ridicole proclamazioni sono molto spesso delle autoconfutazioni che
il più delle volte generano ilarità perfino nell'uomo più sbadato tanto sono
stupide e ridondanti.
Poi
c'è il resto. Germania, Spagna, Francia e Turchia non possono trattenere le
risate, e il contegno, per cosi dire, rimane una questione dì educazione e non
certamente di pensiero. Il cattivo gusto di una persona in genere suscita
ilarità ma anche moderazione, una moderazione che è più che altro compassione.
Si
dice che più un individuo è ignorante e più i suoi torti vengono sublimati da
atteggiamenti di bambino prepotente, ma è proprio questo il nodo centrale del
caso psicologico Berlusconi: una situazione di autocoscienza tutta basata sul
risentimento, ed in primis, fa sempre bene ripeterlo, questo astio è portato
contro se stesso, contro le origini da lui tanto odiate, la plebaglia a cui
egli appartiene e da cui non riuscirà mai a scrostarsi.
L'aristocrazia
del nostro primo ministro è uno stato di sartriana malafede. Il suo piccolo
potere è costruito nel peggiore dei modi, mattone dopo mattone con del cemento
scadente. Il fantasma che insegue il nostro pover’ uomo si basa sul fenomeno
della frattura tra cultura e produttività che si risolve in un dato primo,
nascosto a se stesso ( ma che in fondo è sempre davanti ai suoi occhi ), ma non
per questo al popolo : la lacerazione psicologica dì chi non è riuscito a
costruire nessuna cultura e nessuna vera riforma da grand'uomo. Il nostro
grande riformatore tenta in vano di superare la sua logica paranoica attraverso
un 'infinità di leggi che pesantemente e costantemente lo portano a ricadere
nella sua più originaria condizione: il primitivo zappatore. Ogni passo in
avanti lo condanna all'indietreggiamento[1] ed è per
questo motivo in fondo che il suo governo è già caduto. Il programma trionfale
era in malafede perché basato su un progressismo incompleto, carente,
culturalmente inesistente.
Il
piano è fallito. Tutta la sua amministrazione è fallita e lui lo sa benissimo,
vive questo dramma dentro di se. Giorno dopo giorno, ora dopo ora la frustrazione
è insita in ogni tentativo di superamento.
Il
premier combatte contro se stesso, contro un passato che è cattivo perché è
fatto di cose, soldi, accordi economici, ma egli sa che non si ripara a tutto
questo vuoto con le citazioni di Erasmo e nemmeno con campagne elettorali goffe
e ridicole. Il tracollo è vicino. Alla fine ha tirato troppo la corda e ai
contrattualismi truffaldini sono susseguite innumerevoli parate di cattivo
gusto, ma il popolo si è stancato ed è così che la sua verità è venuta a galla.
Si è scoperto troppo. In ogni sua proclamazione si avverte una certa nostalgia
del passato, una disperata ricerca del titolo storico di uomo “magno” ma dato
che questo titolo è mancato fin dall'inizio, dal fondamento, dalla base, il
nostro uomo ha avuto la pretesa di proclamarsi il presidente di tutti gli
italiani, tuttavia con il disprezzo di chi da sempre ha avuto in odio i
concetti di popolo, unità e socialità. Nel popolo Berlusconi non scorge altro
che il suo passato contro cui combatte disperatamente; una lotta portata in
avanti sempre più astiosamente dato che ormai la demagogia non convince più
nessuno e il risveglio ha ripreso una forma collettiva. Tuttavia è proprio la
coscienza di questo generale risveglio a far si che le leggi diventino più
aspre e la lotta alla democrazia più esplicita. Il premier, e con lui Fini, La
Russa, Moratti, Bossi e gli altri decadenti, ha paura, ed è proprio la paura
che spesso conduce al totalitarismo. Anche i totalitarismi sono fatti umani, e
quello di destra ormai alle porte evidenzia l’angoscia di persone che non sanno
più dove sbattere la testa, uomini soli che si ritrovano a combattere una
moltitudine. La situazione è dialettica. La vita del tutto sociale è il vero
termine d'opposizione dell'attuale governo, perciò il rischio è quello di un
movimento repressivo in termini di libertà individuale. Ricordiamo che il
vicepresidente del consiglio è un fascista di razza, perciò, proprio perché i
tempi sono ormai brevi anche per il suo partito fantasma, le leggi si
induriscono, il programma della sicurezza per la difesa dei cittadini si deve
rivolgere contro tutti i cittadini stessi, cioè contro pratiche di vita
riconosciute ormai dalla gran parte della società che ha superato i pregiudizi.
La situazione è grave. Nei tempi di sconfitta la banalità primitiva si leva la
maschera presentandosi nelle sue autentiche sembianze: con la forza. Lotta
totale all' uso delle droghe leggere, riduzione dell' individuo ad un automa
controllato dalla sua stessa autovettura, incremento del controllo e della
polizia, perfino ai cani sono state imposte leggi. Ma del resto in uno stato
"autenticamente" liberale come quello di Berlusconi è possibile usare
parole bonarie per Mussolini anche se il tutto suona un po' confusionario
grazie a ciò che dice Bossi su Aldo Moro. In fondo il leader leghista ha
ragione su un punto: La democrazia cristiana ha rovinato l'Italia perché ha
reso possibile l'ascesa dell'attuale governo e dei suoi leader. Il fatto è che
il leader leghista, essendo la punta di diamante del governo del ressentiment, cioè il più ignorante di tutti, ha lanciato
frecciate all'uomo più sbagliato. Ma del resto ad una simile arroganza fascista
ci aveva già abituati Scajola quando si pronunciò nei confronti di Marco Biagi.
Già Scajola, colui che è nuovamente ministro. Stiamo attenti perché non siamo
più in una democrazia. Dobbiamo essere attenti perché il fallimento e la paura
possono condurre ad azioni repressive giustificabili sotto la scusa che ciò che
è stato fatto era in conformità della volontà razionale di tutti e con diritto.
Quando la caduta di tutti gli obiettivi è alle porte, ma rimane pur sempre del
tempo per governare, la situazione dell’uomo del ressentiment non riconosce null'altro che materia da plasmare e
utilizzare. E quando un uomo politico vede nel popolo soltanto merce, materia e
cose la situazione è pericolosissima perché costui ha stabilito che tutto ciò
che si trova ad esser governato è muto, senza parole perché inanimato[2]. Ecco
perché la situazione è dialettica, ma in ballo non c'è solo una classe bensì la
moltitudine, tutti quelli che pensano, vogliono vivere e vogliono la vita nella
democrazia. « Come risultato finale del processo abbiamo da una parte l'io,
l’astratto ego svuotato di ogni sostanza tranne che di questo tentativo di
trasformare tutto quanto sta nel cielo e nella terra in uno strumento della sua
sopravvivenza, e dall' altro una natura anch’essa svuotata, degradata a pura
materia, che dev’ essere dominata senz' altro fine fuorché quello appunto di dominarla
»[3]
Ma
torniamo a noi. Il nostro premier cos'ha alle spalle ? Una cultura della
parrocchia ed una buona conoscenza dei numeri. Già, contare, questo si, è un
merito che al premier va riconosciuto ma che, tuttavia, egli desidererebbe non
gli fosse più attribuito. Nel suo quadro fantastico egli si vede un sovrano
estetizzante, magari un Adriano, un Federico II o un Guglielmo I, e com’ è noto
tali uomini lasciavano ai propri contabili la parte più volgare, cioè le cifre,
i bilanci, la mercanzia. Il sovrano umanista medita sulla situazione spirituale
del suo popolo, è tutt'uno con un mondo di carte e di lettere. La natura invece
è stata più cattiva con il nostro premier lasciandogli la parte più volgare e
mai gestita: contare, far quadrare. Ed ecco la verità, la sua verità, la nausea
del se, il risentimento. « Voglio uscire da questa mia condizione. Voglio
governare da patrizio e non da plebeo, dare qualcosa di nuovo perché io mi
sento superiore, al di sopra, più scaltro, ma sono limitato!! Mio Dio io non so
davvero cosa voglia dire governare e dare, io so solo cosa vuol dire contare,
investire, accumulare e circondarmi di titoli concreti, cosali, che si possono
vedere, toccare e invidiare. Io in fondo non uscirò mai da questo dramma e il
popolo lo sa, da qualche parte anch’io lo so. Da diverso tempo è difficile che
un qualche mio sorriso in pubblico sia sereno ».
Il governo del risentimento è in fondo già caduto due volte.
Psicologicamente il "cavaliere" ha fallito la sua missione perché la
storia lo avvolge, lo annulla sbattendolo a destra e a sinistra sulle pareti
della sua mancanza di cultura e tradizione, conoscenza e fondamento di cui ogni
uomo politico, comunque sia destinato ad essere guidato dalla vera aristocrazia
che è quella del popolo, ha bisogno.
In
più fatto pratico e di prim'ordine è l'effetto di una legislazione basata sul
ressentiment, cioè la perdita del consenso, il totale fallimento a livello di
permanenza governativa.
Affinché
un simile governo possa cadere al più presto in maniera concreta, la lotta
politica resta la componente essenziale, ma questa deve assumere su di se
l'autocoscienza serena della propria superiorità. Il governo Berlusconi,
composto all’ unanimità da individui della sottocultura reazionaria e
apertamente fascista, ha nuotato sin dall'inizio in cattive acque. Bisogna
perciò trattare la plebe con distacco, con gioia, con arte. Il rischio di
un'opposizione avvelenata è quello di contagiarsi a sua volta di risentimento.
L’opposizione politica deve controllare la
situazione e fare appunto “opposizione” ma la vera impresa riguarda il
superamento di ogni mancanza dì chiarezza e di ogni spavalda credenza riguardo
la propria ragione assoluta. Il rischio è quello di autoplebeizzarsi come
l'attuale governo.
L'opposizione
politica deve lasciare da parte una volta per tutte i venti caldi della
tentazione borghese e mettersi dalla parte della vera èlite, l'autocoscienza
vera e propria, l'emozione e nello stesso tempo la disperazione fiera: il
popolo.
Quello che il popolo vuole parla da sé[4]. L’opposizione, per dirla con Nietzsche, deve
farsi gaia, dunque plasmare se stessa in funzione artistica, creativa, ovvero
accettare di essere plasmata dalla ragione e dalla emotività dei pubblico.
Berlusconi ha soltanto avuto la pretesa di plasmare il popolo, perché chi da
sempre ha avuto come background culturale l'interesse alla merce ed alla
mercificazione non potrà far altro che agire nella stessa maniera in politica.
Questo è il risultato di chi è senza cultura.
Ma il potere politico opposto dev'essere
consapevole del fatto che tornerà a vincere soltanto per il senso di nausea che Berlusconi ha
suscitato alle masse, alla forza ed al cuore degli individui, perciò non deve
mai dimenticare che esso è soltanto il frutto di una volontà, ovvero di ciò che
il popolo è in democrazia. Volontà e potere sono un unicum se è di democrazia
che si parla. Rousseau lo mise chiaramente su carta ne Il contratto sociale. Il governo attualmente in carica ha compiuto,
e sta compiendo, un atto di forza del tutto particolare: esso non ha fondato il
diritto sottoforma di diritto del più forte che, come ci insegna Rousseau,
sarebbe un fatto contraddittorio, ma ha plasmato la forza sul diritto
preesistente ( e se si preferisce lo si può anche chiamare costituzione ).
L’anticostituzionalismo
è la forza di chi abusa di un dato di fatto, ovvero di chi ignora la storia.
Ma
proprio per questo il governo è già caduto, la sua ascesa sull' Aventino è
teologicamente fallita, e non poteva essere diversamente, ed il prossimo governo
dovrà ricordare che esso non avrà avuto meriti riguardo questa caduta, perciò
sarà obbligato a meditare. Oltre la facoltà dell'abilità legislativa i prossimi
uomini dovranno saper danzare, umanizzarsi, deplebeizzarsi cercando di
scrollarsi di dosso un passato che, molto spesso, non è stato affatto glorioso
ma che, tuttavia, è stato pur sempre un passato al contrario di chi, povero
lui, non lo ha mai avuto e non lo avrà mai.
Il
semplice disprezzo intellettuale del popolo è più potente di qualsiasi rivoluzione
ed è già esso stesso una rivoluzione. Una rivoluzione dei felici contro i
decadenti. Solo questo tipo di disprezzo è propedeutico alla politica dell'
avvenire, ma su quest' ultimo punto dovremo tornare con metodo pedagogico nella
seconda parte di questo scritto.
II
La
severità e gli scenari "brulli" dell’attuale periodo storico hanno
bisogno di essere dimenticati per poter giungere ad una situazione di
deplebeizzazione e di svecchiamento in funzione antiberlusconiana. Riscoprire
le proprie origini significa accettare la sfida della maturazione attraverso
“il salto, all’indietro”. Soltanto se la propria cultura verrà riscoperta
attraverso, il gioco il potere politico tornerà distillato da ogni macchia di
risentimento. Ma ovviamente è il popolo, moltitudine indefinita, emotiva
e problematica il miglior pedagogo. Con la sua grandezza e con i “suoi
dispetti” si creano nuovi avanzamenti in direzione di una politica culturale e
non della. clava. Bisogna voler apprendere il significato delle sue tentazioni.
Per il momento i due schieramenti hanno seguito lo stesso
percorso, ma per uno la via è irreversibile, in quanto esso non ha fondamento,
per l'altro invece esiste una possibilità di reversibilità, pur se all'interno
di un teatro della tragedia. La scelta di una riscoperta ha bisogno della
memoria e dell'educazione; un'educazione basata sul linguaggio della
completezza, ed il welfare è l'articolo fondamentale, il presupposto ontologico
di tale completezza, non una chimera. La richiesta dello star bene comprende la
maggior parte della moltitudine, non è possibile fare orecchie da mercanti. E'
doveroso non essere cosi
berlusconiani.
Il
potere politico forma il suo linguaggio soltanto dopo aver ricevuto, con
pazienza e umiltà, l'imprimatur. E per adesso ha ricevuto il più inquietante,
il più cattivo e disperato. Esso riparte da zero e rinasce nella misura in cui
muore tutto il residuo di berlusconismo che vive nella sua stessa attuale
volgare essenza.
Ma
alla fine viene da chiedersi se tutto ciò non sia astratto. Se avremo mai dei
politici danzanti. Gli uomini del profit saranno mai capaci di interpretare le
loro stesse emozioni in direzione di un’armonizzazione a loro esterna,
esteriore ed estetica? Di quanta follia avrebbero bisogno? E di quanto coraggio?
Il fatto è che "altro" suscita orrore ma non si può eliminare in
nessun modo, esso risorge in ogni dove[5],
rafforzato. Tutti i poteri hanno bisogno di noi.
Siffatti
tipi di uomini nuovi non esistono da nessuna parte ed è difficile persino
immaginarli. Per questo motivo passiamo il discorso a Mowgli, al cucciolo
d'uomo. La scienza viene superata dalla fantasia, la serietà si dissolve in ciò
che ha la capacità dì una maggiore analiticità ma col sorriso sulla bocca, un
sorriso beffardo che trascina dietro di sè l'errore ma che ha davanti a sè
spazi illimitati e meravigliosi. Diffidare della maggior’età è la parola
d'ordine di chi gioca serenamente, cioè con purezza.
I Bandar‑log
e Mowgli
(democrazia, totum sociale e dialettica del ressentiment)
« “Non c'è nessuno nella giungla così buono, bravo, forte e
gentile come i Bandar-log.” Poi tutto ricominciava daccapo,finchè si
stancavano delle città e ritornavano sulle cime degli alberi,sperando che il
popolo della giungla si accorgesse di loro>>.[6]
Chi sono i Bandar‑log
o popolo delle scimmie? I Bandar‑log
sono l'emblema negativo di un potere che è anarchico senza volerlo essere.
Essi aspirano a stravolgere le regole democratiche del Popolo della Giungla che
nella sua costituzione è liberale. Nella giungla liberale vige un accordo di
fondo che mantiene viva l'integrazione tra il monadismo di chi è a sè, nella
sua natura, nei suoi progetti e nella sua emotività, con una alleanza di fondo
che riporta tutti ad una medesima
essenza unitaria. Un’unità comunque non interpretabile in senso marxiano.
Mowgli stesso è costretto ad imparare, con rigore, uno degli insegnamenti
fondamentali di Baloo: « Siamo dello stesso sangue voi ed io »[7]3.
Tutti hanno un codice proprio ed uno generale; una sorta di
diritto privato ed uno pubblico finalizzato al godimento unanime della
felicità. Ognuno cerca di comprendere l'altro nella misura in cui egli stesso è
anche qualcosa per l'altro. Ciò che vige, in ultima analisi, è una morale
liberale basata su un laissez-faire moderato.
Ma per arrivare a ciò questa giungla meravigliosa ha dovuto costruire le regole
della tolleranza a poco a poco. Ogni linea di confine ha, per cosi dire, una
storia che si è consolidata progressivamente. Le regole di una convivenza
unitaria sono dunque storia della e nella giungla. Ma tutto questo i Bandar‑log non lo sanno, essi non
hanno la cultura ma aspirano a comandare, al potere. Forti della loro
molteplicità e della favorevole posizione geografica, le scimmie selvaggie
hanno, in un certo senso, già l'autoconvinzione di essere un popolo eletto,
rispettato, superiore, « “Quello che i
Bandar- log pensano oggi, tutta la giungla lo penserà domani”, e questo le confortava molto. Nessun animale
poteva raggiungerle ... », [8]ma le cose
stanno diversamente. In realtà non hanno la più
pallida idea di cosa sia un potere politico o un ideale. Sono due gli
elementi negativi che le contraddistinguono da tutti gli altri animali: la
mancanza di storia e la mancanza di memoria. Lì dove non c'è partecipazione ai
radicali cambiamenti che percorrono la storia, non ci può essere nemmeno il
ricordo e dunque la conoscenza dei fatti. Il disinteresse, che è
automaticamente ignoranza, diventa un’arma pericolosissima quando l'istinto
genera comunque sentimenti di rivalsa e dominio. I Bandar‑log sono così, dei
falsi anarchici in attesa di diventare dei padroni. In realtà non vorrebbero
affatto trovarsi nella situazione in cui si trovano e perciò vivono una
lacerazione. Appartengono alla fascia plebea della giungla, ma hanno un’ottima
posizione geografica e ciò basta per trasformare un inetto in uno stratega.
Dalla loro piccola posizione osservano tutto quel che accade. Nel silenzio
pongono le basi della cospirazione. Si fanno piccoli piccoli e guardano la
giungla con il disprezzo verso quella zona razionata chiamata democrazia.
Questa continua osservazione scatena invidia e disperazione che diventano il
presupposto di un piano che non ha strutture, basi e accorgimenti particolari.
I Bandar‑log sono l'antitesi
del modello razionale, non sopportano di non essere, e più questo'odio cresce,
più si rafforza l'irrazionale
convinzione che un nuovo potere deve essere instaurato. Non importa come,
l'importante è prenderlo. Il resto
viene dopo. Esserci, essere finalmente notate, invadere tutti con la propria
scintillante superiorità. « Sono vanitose e pettegole, e pretendono di essere
un grande popolo con grandi cose da fare nella giungla, ma basta una noce che
cade per farle scoppiare a ridere e tutto è già bell’è dimenticato »[9]. Vogliono
essere notate, e pur senza una.strategia politica intendono fare di tutto pur
di arrivare al potere. « " Il Popolo della Giungla non le nomina mai e non
si accorge di loro. Sono numerosissime, cattive, sporche, e non desiderano
altro che farsi notare dal Popolo della Giungla. Ma noi non le notiamo nemmeno
quando ci tirano in testa noci e rifiuti " »[10].
Il
popolo della Giungla non nota i Bandar‑log,
ma loro notano la giungla, e dove non arriva il caso arriva la cattiveria.
Qui si traccia il limite tra la commedia e il dramma. Mowgli, il cucciolo
d'uomo, è avvicinabile. Egli desidera
tutto. La giungla è il suo punto
archimedico; in essa manca lo spazio delimitato, mancano le case e le
restrizioni. In questo luogo la volontà di sapere è illimitata così come lo è quella di assaporare la vita. Ogni
fenomeno, conosciuto tramite il principio di ragione, è un’anelito ad un'
ebrezza che non si appaga mai.
Qui
non c'è modo di poter autolimitare la propria emotività con rigore, perchè ogni
angolo è un’appello ad essere e
traina a sè, ma richiede devozione e rispetto. Una legge fondamentale della
giungla è il rispetto per la meraviglia. La ragione è perfettamente integrata
con l’aspetto sensibile dell'essere, e in un certo senso Mowgli stesso diviene
simbolo del post-cartesianesimo. Non esiste un di dentro staccato dal di
fuori. Non si è soltanto come le teste alate degli angeli rappresentate nel
Rinascimento. C'è un di fuori, che interagisce con noi, e nella giungla tutto
ciò avviene al massimo grado. La ragione riprende i suoi giusti confini
scoprendo così che lasciarsi guidare può essere meraviglioso. Cade il dominio e
con esso la razionalità formalistica. Si è
dèi o semidèi, e Mowgli lo è in massimo grado. Egli infatti non domina la
natura ma impara a conoscerla facendosi guidare da essa.
Il
cucciolo d'uomo rappresenta, in un certo senso, la personificazione del
"ripensamento della razionalità occidentale" tracciato da Horkheimer
e Adorno nella Dialettica
dell'illuminismo, opera in cui viene prescritto un cambiamento,
nell'orientamento dell'osservazione della realtà esterna, da parte dell'essere
umano. I nostri autori tematizzano un rapporto armonico, per evitare la totale
"eclisse della ragione", tra soggetto e natura. Non dominio, non
atteggiamento di padronanza bensì amicizia. Prendere coscienza insomma che la
natura è irriducibile al fine di
creare un’etica del dialogo in cui la ragione non si annulla bensì si
autorafforza in direzione autolimitativa. Comprendendosi come momento « insieme
simile e diverso »[11] della
realtà circostante, la razionalità « si libera dall'illusione di poterla
ridurre a sè medesima »[12]. Ora in Mowgli manca il formalismo, e
proprio ciò gli permette di proiettarsi in direzione della vita come
indescrivibile esperienza. Perciò egli è studiato dai Bandar‑log, ed è da questo studio che trarranno le
conseguenze per un piano malvagio: utilizzare le stesse armi di Mowgli per far
cadere in trappola lui e tutto il Popolo della Giungla. Mowgli infatti
rappresenta già un destino per lo stesso popolo, e avendo compreso ciò, il
popolo delle scimmie vuole rapirlo per apprendere da lui l'arte del potere.
L'arte di come sia possibile conquistare tutti pur venendo da lontano o dal
nulla.
I Bandar‑log rapiscono Mowgli. Qui
abbiamo due modelli di razionalità politica che si mettono in opposizione. Una
razionalità formalistica, plebea, finalizzata ad un mero profitto ed interesse
volgare, e una ragione integrata nello spazio, irriducibile, vitalistica come
suddetto. Mowgli parla col popolo delle scimmie e va a giocare con esso perché
ama l'alterità, ha una cultura della vita. I Bandar‑log invece sono interessati. Affabulatori per
interesse, essi giocano con le emozioni, e nel far ciò sono nemici di qualsiasi
alterità e totalità. Mowgli è invece filosofo e pedagogo nello stesso tempo. Gioca,
e nel giocare amorevolmente con tutte le cose "costringe" e stimola
al cambiamento. Impartisce l'insegnamento rimanendo a guardare, senza paura e
senza secondi fini.
I Bandar‑log rappresentano il
ressentiment, e il ressentiment è pericoloso quando si organizza un progetto
attivo.
Queste
scimmie non conoscono altro metodo oltre quello della violenza. La loro
seduzione nei confronti del vitalista Mowgli anticipa soltanto un atto di forza
funzionale ad un proprio egoismo. « " Sono state molto gentili e mi hanno
invitato a tornare. Perché non mi avete mai portato tra il Popolo delle
Scimmie? Stanno in piedi come me; non mi picchiano con zampe dure; giocano
tutto il giorno. Lasciami andare su, Baloo, lasciami andare su! Voglio giocare
con loro." »[13]; è
questa la richiesta disperata del vitalista Mowgli. E’ questa la richiesta di
colui che è incessante domandare. Il creatore artistico consuma in ogni dove
delle forme irregolari scevre dal pregiudizio. Qui abbiamo un ideale di nobiltà
senza classe contro la forza di pragmatici eventi vettori di volgarità.
Appena
dopo la richiesta di Mowgli, ecco che lo scenario cambia in conseguenza del
fatto che Baloo, lo spirito moderatore, ha vietato l'incontro con le scimmie al
cucciolo d'uomo. « “Il Popolo delle Scimmie è proibito " disse Baloo,
" proibito al Popolo della Giungla. Ricordatelo” »[14]. A
questo punto il ressentiment si scatena in tutta l'essenza plebea. E’ una legge
della storia. La violenza, che si trova in linea di continuità con la mancanza
di dialogo, è la scelta più ragionata di chi può rappresentarsi solo l'atto
cieco del calcolo.
Lo
spregevole conta, calcola, e nel far ciò soppesa tutto in funzione ottimistica
perchè alla fine è l'atto del travalicamento ad aver l'ultima parola. Basta
avere una posizione privilegiata e legare a questa tutto il sentimento della
propria differenza. « Due delle scimmie più forti presero Mowgli sottobraccio e
balzarono con lui da una cima all'altra, con salti anche di quattro metri. Se
fossero state da sole avrebbero potuto andare a una velocità doppia, ma il peso
del ragazzo le tratteneva. Pur stordito e frastornato, Mowgli non poteva fare a
meno di godere di quella corsa pazza, benchè le occhiate che riusciva a dare
alla terra lontana laggiù lo spaventassero»[15].
Ragione
totale contro ragione parziale. Facoltà del limite intrinseco contro
l'intrinsecamente illimitato. L'uno e il due rivestono tutti i progetti
d'azione in ordine calcolatorio, ed ogni fare non è mai in grado di andare
oltre questa schematizzazione perchè a ritroso vi ritrova il nulla, l’assenza.
Il “ni – ente” è ciò che mette paura
perchè il suo nome è alterità, e cosi accade che « l’uomo s'illude di essersi
liberato dalla paura quando non c'è più nulla di ignoto»[16]. I Bandar‑log percepiscono tutto
questo scegliendo di non sottrarsi alla regola: la violenza è più comoda e meno
rischiosa quando si è nella facoltà di poterla attuare. La violenza è il frutto
pragmatico di quella ragione che è paga di se tramite un solo, scarnificato
concetto: IO. Così ragiona la plebe: « Io sono Io, tutto questo non basta?».
Per
la plebe che cos'è la seduzione? E' soltanto il preambolo della violenza
finalizzata ad uno scopo ben preciso. In essa non c'è nessuna visione teorica
della libertà. Qui il discorso va oltre tanto la libertà positiva quanto quella
negativa. In questo genere di lascività il volgarotto che prende il potere
tenterà di socializzare soltanto la sua frustrante esperienza prima negata:
Esserci[17].
Egli
non pensa mai in questi termini: « Se il mio progetto è del tutto razionale,
esso renderà possibile il pieno sviluppo della loro "vera" natura, la
realizzazione delle loro capacità di decidere razionalmente “per ottenere il
meglio da se stessi”-come parte della realizzazione del mio stesso
"vero" io »[18]; no, il
ragionamento è molto meno raffinato ma non per questo meno egoico e pericoloso.
Il volgarotto fa violenza senza progetto e con poche giustificazioni, e quando
cerca di fare il sofista è goffo nei movimenti, si fa scoprire subito anche se
l'atto del travalicamento gli ha arrecato i suoi buoni frutti. La seduzione è
solo una piccola parte del piano, perciò i termini gentili, cioè quelli che
incantano, durano molto poco per lasciare spazio alla verità ed alla sua
struttura costitutiva. Il discorso è psicologico; una psicologia della feconda
bassura.
Abbiamo
visto a quale tipologia di esistenza corrispondano Mowgli e i Bandar-Iog, non c'è perciò bisogno di
falsiflcare ulteriormente uno scenario ormai limpido. Ma rimangano alcuni punti
che devono essere ulteriormente esaminati a proposito della seduzione, la quale
è il preludio del dramma o, per meglio intenderci, della violenza politica.
Mowgli
viene studiato e il popolo delle scimmie si fa interprete, seppur confusamente,
delle sue emozioni e del suo modo di essere. Se non ci fosse stato il divieto
da parte di Baloo non si sarebbe avuto il rapimento, e la violenza, fattore
inevitabile dei soggetti del ressentiment, sarebbe esplosa progressivamente in
seguito. Perciò Mowgli è stato sedotto senza troppe difficoltà iniziali dai Bandar‑log, perchè?
Ora,
un primo motivo riguardo questa semplicità nell'esser tentati è stato
individuato nella stessa intrinseca costituzione ontologica di Mowgli "il
vitalistico". Ne esiste però un altro, certamente legato al primo, ma con
esiti appunto molto più pragmatici e politici.
Una
vita artistica è anche definibile in questi termini: Vita che Ricrea Vita; ma, appunto per questo motivo,
l'incontrollabile emozionale e non logocentrico può sentirsi annoiato, e poco
stimolato all'azione, se posto in un’arida situazione di coercizione della
creatività. Ne il Libro della Giungla alcune
restrizioni vengono poste a Mowgli dal maestro Baloo. Quest’ ultimo ha
fondamentalmente delle buone idee, ma davanti a se ha l'incontrollabile, il
nuovo e il diverso. Il saggio orso non ha imparato ad imparare da Mowgli e ciò
designa dei tratti reazionari e “chiusi” nei suoi metodi d'insegnamento. Mowgli
è una potenza creatrice pronta a recepire ma con una sua natura personale e di
difficile canalizzazione. Per lui il nuovo
non può che essere evento, e ciò Baloo non lo ha compreso fino in fondo.
Per questo motivo il popolo delle scimmie esercita un’iniziale fascino sul
cucciolo d'uomo. Esse presentano un linguaggio innovativo e non risultano
noiose ma, anzi, sembrano essere un’alternativa vitale.
<<
“Mowgli “ disse Baloo, “ tu hai chiacchierato con i Bandar‑log, il Popolo delle Scimmie”.
Mowgli
guardò Bagheera per vedere se anche la pantera era arrabbiata, e gli occhi di
Bagheera erano duri come pietre di giada.
"Lo
immaginavo: sei stato con il Popolo delle Scimmie ... le scimmie grigie ... il
popolo senza legge...i mangiatori di qualsiasi cosa. Questa è una grande
vergogna."
"
Quando Baloo mi ha picchiato sulla testa " disse Mowgli, [ ... ] "
sono scappato, e le scimmie grigie sono scese dagli alberi e hanno avuto
compassione di me. Nessun' altro se l'è presa a cuore”. [ ... ] " E poi, e
poi mi hanno dato noci e roba buona da mangiare, e... e mi hanno portato in
braccio sulla cima degli alberi e hanno detto che sono loro fratello di sangue
e che un giorno diventerò il loro capo.”>>[19].
Baloo
è il maestro dalle buone intenzioni, conosce perfettamente le leggi della
giungla e la sua stessa storia, ma purtroppo non attua quello sforzo
fondamentale: comprendere l'intrinseca diversità ed eterogeneità dell'umano
cucciolo d'uomo. Non basta essere maestro nella giungla, ma bisogna
mimetizzarsi in essa da un nuovo punto di vista che è umano. Non basta
impartire meccanicamente, ma bisogna deformalizzarsi ed esser pazienti.
Interpretare è giocare, ed è così che si impara ma nello stesso tempo non si
rinnega “il ciò che è stato” l'a
ritroso, la storia tangibile. Decostruire non vuol dire necessariamente
distruggere. Decostruire può voler significare risorgere o essere comunque su
quel sentiero di saggezza.
<<
" Il Popolo delle Scimmie è proibito " disse Baloo, " proibito
al Popolo della Giungla. Ricordatelo”>>[20], ma poi
viene alla luce una verità da parte di Bagheera, la pantera nera, che
dice: << " Proibito
" [ ... ] " ma io credo che Baloo avrebbe dovuto metterti in guardia
contro di loro” >>[21]. Questo
è il punto. Il maestro dalle buone intenzioni avrebbe dovuto rinnovare la sua
pedagogia. Mowgli non vuole il silenzio bensì il racconto. Il silenzio è
omertà, padre di tutti gli errori giudicabili in quanto tali. Il silenzio non
dà consigli ma diseduca e scoraggia. Allora è il racconto il vero metodo. Una
storia raccontata con serenità e senza odio. Storia basata su fatti che
alimentano la coscienza critica. Come già detto precedentemente: il disprezzo
intellettuale è la più grande rivoluzione. Ma il disprezzo si alimenta di cibi
raffinati, non di dati spregevoli: esso pretende la cultura.
Baloo
avrebbe dovuto dire dall'inizio e a volto sereno che cedere ai Bandar‑log avrebbe potuto arrecare
conseguenze dannose per il futuro, ma invece nasconde per creare il tabù, e
diffama per portare partita vinta alle proprie convinzioni. Ma così facendo
egli dice poco e niente stimolando tutt` al più l'effetto contrario: il fascino
del perverso; l’emozione del dispetto portata contro chi è stato un incapace.
In
certi casi invece, il dire equivale al dare. Posso sapere qualcosa che tu non
sai e ti parlo con serenità grave ma certamente non propagandistica. Nel caso
di Baloo è invece il silenzio ad essere propagandistico; ma proprio ciò suscita
tanto la noia, quanto l'indifferenza di Mowgli.
Chi
aspira a parlare dall'alto dovrebbe capire che la moltitudine è emozione e non un dato statistico.
Baloo è pedagogo, non filosofo e nemmeno
spirito creatore. Si pensi al primo aforisma nella prefazione de La volontà di potenza di Nietzsche: « Le
grandi cose esigono che se ne taccia o se ne parli con grandezza, cioè con
innocenza: cinicamente. »[22]. Ciò che
aspira a parlare in grande, deve agire in grande. Perciò chi ha la pretesa
dell'interpretazione deve modellarsi a sua volta con vera adesione, e non
trincerarsi dietro il formalismo delle responsabilità limitate.
Alla
fine è Mowgli il vero pedagogo perchè è prima di tutto filosofo. Egli costringe
al lavoro nuovo, al tutto da rifare, perchè è il simbolo della molteplicità che
smembra lo statico. E'
questo dunque il duplice aspetto della tentazione. Nei momenti di stanchezza
l'essere sedotti da qualcosa di nuovo è l'unico modo per rimanere in vita,
soprattutto quando le alternative sono l'imitate o nulle. Molto spesso la
tentazione é dunque soltanto la conseguenza di una natura morta che non dice
più, che non ispira più, e molto spesso a ragione.
Quando
si è piccoli è facile imbattersi in un detto, dal sapore retrò, che presenta ai
fanciulli la prima configurazione dei regni ultraterreni; la sintesi del detto
è la seguente: la strada bella e confortevole è quella che porta all'inferno,
mentre il sentiero tortuoso, brullo e oscuro è quello che condurrebbe al
paradiso, solo che, com’è facile immaginare, la tentazione facilmente si
rivolge all'altro sentiero e così la caduta all'inferno sarebbe imputabile alla
colpa stessa dell'individuo.
Ma
alla luce di quanto detto siamo sicuri che gli individui ( o se si preferisce
gli "indivisi" ) abbiano la colpa maggiore una volta arrivati al
bivio? La nostra democrazia non assomiglia ad un grande crocevia in cui tertium non datur? E i suoi esponenti?
Ognuno
è liberissimo di scegliere tra un'interpretazione alla Bandar‑log oppure alla Baloo, ma rimane il fatto che Mowgli è
tutta un' altra storia. Esso è un continuo proiettarsi in avanti con tutte le
insidie del presente e le ferite che continuamente si fanno sentire dal
passato. E nell' essere ciò egli rappresenta, in forma di favola, ciò che
l’aspirazione della moltitudine popolare è nella realtà liberale. Nei dibattiti
politici rimane questo il fattore più importante eppure più ignorato ( quasi
che fosse dato per scontato ): la vitalità problematica di una molteplicità
pulsante. Purtroppo non sono tutti come Baloo. L’orso maestro alla fine riesce
a riconoscere le manchevolezze nei confronti del cucciolo d'uomo. Si rende
perfettamente conto che in Mowgli esiste qualcosa di diverso e di
incontrollabile che ha ignorato, perciò la tentazione del cucciolo d'uomo calza
con la sua stessa colpa. In molti altri casi invece, la presunzione di ciò che
non si è ancora deplebeizzato porta soltanto a gettare del veleno in ogni dove
senza mai voler giungere ad un momento di autocoscienza.
Eppure l’autocoscienza è saggezza, e solo in queste
condizioni può esserci un ribaltamento in termini prassistici, nonchè anche il
modo per tornare a riguadagnare un po'di fiducia.
Per
alcuni tutto questo suonerà astrattamente fin quando ci sarà la possibilità
dell'oblio del giudizio ma non del calcolo strumentale, il quale equipara il
popolo dei consenso a piccole funzioni algoritmiche. Tuttavia la possibilità di
diventare piccoli Mowgli è data a Baloo da Mowgli stesso e in parte anche dai Bandar‑log. A quel punto forse può
esserci crescita. Ma per far ciò bisogna avere una nuova concezione del tempo:
progressione è inversione festante in direzione della fanciulezza. Solo cosi ci
si deplebeizza[23].
Conclusioni poco serie
‑
Questo scritto è fondamentalmente un lavoro contro l'ignoranza. Non ha la
pretesa di ricercare qualcosa di nuovo e di più nel viaggio all'intemo del
mondo delle emozioni bensì solo di elogiarle. Nel suo incedere esso è fin
troppo chiaro, poi astratto dunque inconcludente. Si fa beffa di qualsiasi
giudizio perciò accetta qualsiasi critica. Parla di qualcosa mentre si
passeggia, nella notte, nei vicoli oscuri in cui, piuttosto che aver paura, si
gusta un certo senso del sublime che è propedeutico ad un dialogo sciolto.
‑
In tutto e per tutto esso non vuole essere programma d'azione partitica perchè
parla ad amici. Ognuno potrà assaporarlo, odiarlo o ignorarlo ma in tutti i
casi, non l’avrá eliminato. La vita riservata, che pulsa, è la sua
giustificazione d'essere anche se qualsiasi atto di questo genere sarà stato
compiuto in una città lontana. Esso non critica le emozioni discordanti, viene
prima di esse, perchè ricorda che queste esistono.
‑ La politica attuale avrebbe bisogno di molti più
attacchi portati in questa direzione. La
finzione teorica delle teorie politiche dovrebbe evitare di
essere pedantemente razionalistica
e lasciarsi andare a comprensioni teoriche più vicine al
carattere psicologico della dialettica sussistente tra rappresentanti e
rappresentati. Gli attori sociali sono soggetti emotivi, per quanto razionali
cerchino di essere le loro richieste in democrazia, e non mere funzioni. Il
welfare stesso riguarda una vita che è fondamentalmente tensione nervosa.
I soggetti che aspirano ad una vita
migliore hanno appunto desideri, non sono semplici aggregati
‑
In tutto e per tutto questo scritto non prende posizione a favore di qualsiasi
tipo di liberalismo. Tuttavia esso racconta la tragica storiella che avviene
nel suo interno dato che, ci viene detto, la nostra è una democrazia liberale.
‑
I termini “ plebe” e “aristocrazia” vanno interpretati a rovescio di ciò che
storicamente s’intende.
‑
Qualsiasi tentativo di querela o coercizione. nei confronti del presente
lavoro, non farà altro che arrecare un servigio alla sua dinamica. Saranno
dunque bene accette tutte quelle azioni che trasformerebbero il discorso sul
ressentiment da teoria in scienza. Tutto il resto viene da se, posto che si
potrà mai parlare di seguito.
‑
Per concludere, è necessario ringraziare l’opera di Nietzsche. Senza la sua
lacerazione filosofica non sarebbe esistito nemmeno, questo saggio tutto
incentrato sulla giuliva contraddizione.
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‑ Sartre J.P,
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Emilia Giancotti,. Effira., Roma,_ 1988;
[1] Si pensi alla situazione del giudice‑penitente ne La caduta di Albert Camus. Tutto è un inganno, la convinzione di essere superiori, al di là di ogni cosa viene facilmente distrutta attraverso una risata, poi un’altra e un'altra ancora. La costruzione egocentrica è fragile, ad un certo punto si apre la realtà esterna che ha sempre continuato a vivere e ad interagire. C'è un momento in cui il mondo della vita esterna si rivela in tutto il suo orrore ed è a quel punto che inizia la grande crisi: « Ero salito sul ponte delle Arti deserto a quell’ora, per guardare il fiume che s’indovinava appena nella notte sopravvenuta. Di fronte al monumento di Enrico IV, dominavo l'isola. Sentivo crescere in me un profondo sentimento di potenza e, come dire? di compiutezza, che mi dilatava il cuore. Inorgoglito, stavo per accendere una sigaretta, la sigaretta della soddisfazione, quando, nello stesso istante, dietro di me scoppiò una risata. Sorpreso feci un brusco voltafaccia : non c’era nessuno. Andai fino al parapetto : né battelli né barche. Mii voltai di nuovo verso risola, e sentii ancora la risata alle mie spalle, un po' più lontana, come se scendesse il fiume. Restavo immobile. Il riso diminuiva, ma lo sentivo ancora distantemente dietro di me, non venuto da alcuna parte se non dalle acque. Nello stesso tempo, percepivo i battiti precipitati del mio cuore. Ascolti bene : quella risata non aveva nulla di misterioso; era un buon ridere naturale, quasi amichevole, che rimetteva le cose a posto. D'altronde, presto non sentii più niente. Raggiunsi la riva, infilai rue Dauphine, comprai delle sigarette di cui non avevo affatto bisogno. Ero stordito, respiravo male. Esitavo ad uscire, quando improvvisamente sentii ridere sotto le finestre. Aprii. Sul marciapiede infatti alcuni giovani si separavano allegramente. Richiusi le finestre alzando le spalle; in fin dei conti avevo una pratica da studiare. Andai in bagno per bere un bicchier d’acqua. La mia immagine sorrideva nello specchio, ma mi sembrò che il mio sorriso fosse doppio ... » A.Carnus, La chute, Paris, 1956; trad. it. di Sergio Morando, La caduta, Milano, 1958. In Albert Camus, Le opere, ediz. Utet. Pag 404.
[2] Si pensi a queste illuminanti parole di Max Horkheimer: « Mentre l’uomo è diventato abilissimo nei suoi calcoli finché è in gioco la scelta dei mezzi la sua scelta dei fini ‑ un tempo in rapporto con la fede in una verità oggettiva ‑ è diventata priva d’intelligenza..», Eclipse of reason, New York 1944; trad. it. di Elena Vaccari Spagnol, Eclisse della ragione, Torino, 1969, pag.87. Questa frase esprime bene le azioni della nostra attuale politica democratica. Ricerca dell'utile con la regressione dell'intelligenza. Una coordinazione interna, tutta basata sul proprio profit che però non riesce ad imporsi all’esterno come davvero i suoi coordinatori desidererebbero. Il problema è che la maggior parte delle leggi non essendo ideate con un fine, cioè giovare a tutti, appaiono alla maggioranza come un qualcosa di fondamentalrnente vuoto e carente quando vengono pensate in termini di una presunta volontà generale che in esse dovrebbe riscontrarsi e vedrne i benefici. Così la moltitudine arriva automaticamente a cambiare pensiero, e in quelle leggi assurde essa vede l'opposto della propria volontà: l'interesse particolare di un’aristocrazia mancata. Ad ogni passo Berlusconi regredisce, cioè si manifesta, e proprio nel far ciò si autoconfuta.
[3] Ibidem,
[4] Soltanto apparentemente questa potrebbe sembrare una
proposizione gettata lì, priva di
significato, ma essa è spiegabile attraverso il ricorso analogico ad un autore
che ne spiega il senso nell’ambito del tema dell'egualitarismo in materia dì
filosofia politica e di etica sociale: « Le differenze nelle interpretazioni
ll'ambito dell'eguaglianza fondamentale dipendono, quindi, dalle differenze di
giudizio riguardo l'aspetto dell'essere
umano che è moralmente fondamentale.
Per
l’utilitarista, questo aspetto consiste nell'essere potenziali contenitori di
utilità ( non nell’essere dei contenitori egualmente pieni, ma nell'essere dei
potenziali contenitori ). Per il teorico dei diritti, esso consiste invece
nell'essere portatori di diritti negativi ‑ nel fatto di vivere vite
separate costituite da progetti che non devono essere ostacolati dai progetti
altrui. Per egualitari come Rawls o Sen, invece, l’aspetto moralmente rilevante
dell’essere umano è il fatto di avere degli interessi più o meno prioritari. Ogni individuo ha degli
interessi più urgenti e degli interessi meno urgent~ e la soddisfazione di
quelli più urgenti gode di priorità morale.». Ian Carter, L'idea di eguaglianza, Milano, 2001, pag.13. In ogni ordinamento
democratico c’è una singola prospettiva di eguaglianza Anche tra le teorie più
liberali o quelle più vicine al liberismo ed allo stato minimo ( vedi Von Hayek
o Nozick ) c'è la richiesta di eguagliamento di qualcosa. Non è necessario
dover essere per forza di sinistra per richiedere eguali opportunità in materia
di politiche economiche e sociali. Ora la cosa inquietante è proprio questa.
Berlusconi, e massa a seguito, pur essendo ultraliberale e liberista, ha
promesso alla platea l'impossibile: diritti, lavoro, libertà individuale ecc.
Il suo partito e i decadenti della coalizione sembravano essere una sintesi
celestiale di libertà negativa e libertà positiva. Gli dei scesi in terra. Ma
niente di tutto di questo. Il piano era nei loro intenti antidemocratici e
certamente non ispirato concretamente ad un’ idea welfarista tipica di un
governo liberale moderato. Qui superiamo il liberalismo, che in genere ha in
mente un’dea di eguaglianza seppur minima. Ma qui superiamo anche ogni idea di
libertà dato che il contraltare al nulla sul piano economico è dato da Fini al
livello di movimento e azione individuale. L'attuale governo iniziò la danse
macabre con l'uccisione di un ragazzo ‑ di appena vent'anni. Per non
parlare poi della questione della giustizia, con il sovrano che fa l’apologia
di se stesso. Ecco dunque l'ennesima prova dell'autoconfutazione. Una cosa è
essere ispirati al liberalismo, e dunque avere in mente un piano concreto al
livello di politiche sociali seppur tendenti alla destra, ed una cosa è invece
essere degli squallidi reazionari,
autoritaristi e senza nessuna idea in mente di cosa voglia il popolo.
Gìà , il popolo, proprio quel popolo del consenso che dai decadenti si
aspettava qualcosa, cioè migliorare la propria situazione economica e sociale.
Per questo motivo ciò che il popolo vuole parla da se. La sua volontà va in
fondo nella direzione opposta dell'attuale governo. Esso aspetta qualcosa che
deve arrivare ma che invece si sta allontanando. Concludiamo questa lunga nota
con un altro estratto dal libro di Carter: « Un’ osservazione ormai comune
nella filosofia politica contemporanea è che ( ... ) ogni teoria etica o
politica con un minimo di consenso nelle democrazie liberali favorisce una
forma di eguaglianza tra le persone. Affrontata in questo senso, non solo gli
egualitari come Rawls e Seri ma anche gli utilitaristi e perfino i teorici
libertari dei diritti ( come Robert Nozick ) sono a favore dell' eguaglianza »
. Ivi, pag. 1l. Nella nostra democrazia a quale teoria politica ed etica viene
dato il consenso? Ma non è forse tutto un po' drammaticamente oscuro e nello
stesso tempo chiaro come l’effetto della luna piena che nel buio della notte
rendo tutto visibile? La risposta è che non c'è né una democrazia né una
teoria.
[5] Si pensi alle parole di Sartre: « ... l'abolizione
dell'altro, per essere vissuta come trionfo dell'odio, implica il
riconoscimento esplicito che l'altro è esistito. Allora il mio essere‑per‑altri,
scivolando nel passato, diventa una dimensione irrimediabile di me stesso. E'
ciò che devo essere, essendolo già stato. Non posso quindi liberarmene. Almeno,
si dirà, gli sfuggo per il presente, gli sfuggirò nel futuro: ma no. Colui che,
una volta, è stato per altri, è contaminato nel suo essere per il resto dei
suoi giorni, anche se l'altro fosse del tutto soppresso: non smetterà di
sentire la sua dimensione di essere‑per‑altri come una possibilità
continua del suo essere. Non può riconquistare ciò che ha alienato; ed ha anche
perso ogni speranza di agire sull'alienazione e di rivolgerla a suo profitto,
perché l'altro distrutto ha portato la chiave di quell' alienazione nella
tomba. »; Jean‑Paul Sartre, L’Etre
et le néanI, Paris, 1943; trad.it.
di Giuseppe del Bo, L'essere e il nulla, Milano, 1965, pag. 465.
[6] Rudyard Kipling, The Jungle Book, 1894; trad.it. di Roberto Pasini, Il Libro della Giungla, Milano, 1994, ediz. De Agostini, pag. 45.
[7] Ivi, pag.30.
[8] Ivi, pag.34.
[9] Ivi, pag. 33.
[10] Ibidem.
[11] S.Petrucciani, Ragione e dominio. L'autocritica della razionalità occidentale in Adorno e Horkheimer. Roma, 1984, pag.357.
[12] Ibidem.
[13] Rudyard Kopling, Il Libro della Giungla, cit. pag.32.
[14] Ivi, pag. 33.
[15] Ivi, pag. 35.
[16] 12Max Horkheimer ‑ Theodor W.Adorno, Dialektik der Auflklarung, Amsterdam, 1947; trad.it. di Carlo Galli, Dialettica dell' illuminismo, Torino, 1980. Edizione consultata: Einaudi, 1997, pag.24.
[17] Si pensi a queste parole illuminanti , che Sartre usa ne L'essere e il nulla, in riferimento al problema dell'esistenza dell' alterità umana rispetto all' ipseità del singolo: « Infatti, per godere del mio essere‑oggetto che assumo, tento di recuperarlo come oggetto; e poichè altri ne è la chiave, tento di impossesarmi di lui perchè mi consegni il segreto del mio essere. Così la vanità mi spinge a impossessarmí di altri e a costituirlo come un oggetto, per frugare in seno a questo oggetto e scoprirvi la mia oggettità.»; L'essere e il nulla, cit. pag.339.
[18] Isaiah Berlin, Two concepts of liberty, Oxford, 1958; trad.it.di Marco Santambrogio, Due concetti di l