Articolo comparso su “Oltre il popolo di Seattle”,  edizione “la comune”, Roma, 2003                del dott. Ivan Di Marco

INTRODUZIONE POCO SERIA

 

 

 

“Se, dunque, nessuno può rinunciare alla propria libertà di giudicare e di pensare quello che vuole, ma ciascuno è, per diritto imprescrit­tibile della natura, padrone dei suoi pensieri, ne segue che in un ordina­mento politico non è mai possibile, se non con tentativi destinati a fal lire miseramente, voler imporre a uomini di diverse, anzi contrarie opi­nioni l'obbligo di parlare esclusiva­mente in conformità alle prescrizio­ni emanate dal sommo potere.”

 

Baruch Spinoza, Trattato teologico‑politico, capitolo ventesimo.

 

 

Esistono due modi fondamentali per superare il governo Berlusconi: il primo modo consiste nella politica classicamente intesa, quella che si trova davanti ai nostri occhi tutti i giorni, che si attua in parlamento e che affina le armi nelle sezioni di partito. Il secondo modo invece riguarda la critica psicologica o critica intellettuale. Si tratta in un certo senso di proporre, attraverso le armi intellettuali, un'indagine più speculativa, ma non per questo meno attiva della lotta politica, del fenomeno Berlusconi, dei suoi fini ultimi e dei suoi risultati ultimi. Solo apparentemente il discorso si presenta in termini di astrattezza ma in realtà esso parla un linguaggio assolutamente concreto perché propone una rinascita gioconda, veritiera (e in direzione della forza e dell'emotività del popolo) dell'immaginario politico d'opposizione.

Ciò che lotta contro un mondo volgare, gretto e presuntuoso. deve prima di tutto avere a cuore una strategia diversa nella lotta, cioè riscoprire le proprie emozioni ponendosi in un dialogo indissolubile con le proprie radici intellettuali, apprendendo il più possibile da queste oltre che dalla ragion d'essere della politica stessa: la moltitudine, la totalità, il mondo della vita del tutto sociale. Ciò che si propone di contrastare un mondo austero deve prima di tutto saper riacquisire la santa facoltà del saper ridere. Il linguaggio politico è vecchio, ma le condizioni di possibilità in funzione di una sua rinascita sono infinite.

L’approccio intellettuale e psicologico in aperta funzione antiberlusconiana mira alla rivalutazione della riscoperta delle emozioni. Esso attua una "propaganda" beffarda che riscopra la grandezza dell'essere fanciulli. Maturare è abolire ogni maturità austera, è concepire il progresso dell'individuo e dell'essere umano come una continua e autonoma energia creativa. Come aveva ben visto Nietzsche, ne La gaia scienza, la vita è mezzo della conoscenza ed è il più grande contromovimento. Una totalità emotiva non austera ma schietta e selvaggia. E' la completezza della forma artistica nella sua purezza. Bisogna dunque essere spietati contro chi tende a mortificare questo movimento artistico, ma nello stesso tempo scientifici, procedere con metodo genealogico per capire quale forma di menomazione sia stata vissuta da coloro che fondamentalmente vogliono sopprimere l'essere umano. Ma l'analisi va di pari passo con il sarcasmo. Andare a ritroso in un’ analisi spesso porta a conseguenze pittoresche, e ciò che viene a galla è una situazione storica fatta di uomini goffi, sempliciotti, in poche parole ignoranti. A quel punto ci si rende automaticamente conto che il mondo della cultura, e lo stralcio di qualche ragione politica, passano per altre mani e non certo per quelle di chi, solo per circostanze non accidentali, ha avuto la possibilità di esprimere ragionamenti così idioti e sterili da mettere in imbarazzo la stessa tavola rotonda degli scaldabanchi che lo circondano.

Quando l'analisi ha gustato l'umana trivialità che si nasconde dietro un governo di decadenti, viene quasi da tirare un sospiro di sollievo, torna il gusto della risata e nello stesso tempo della lotta. Non c'è niente di più bello di un’autocoscienza che ha digerito. Non c'è niente di ­più bello di una coscienza felice, che ha riconosciuto la sua propria libertà nel non riconoscimento nello stato, nel regno dell'austerità.

La lotta intellettuale passa attraverso l'analisi psicologica e culturale, dopo di essa il buon umore torna spontaneamente e anche la precedente mancanza di chiarezza si tramuta in energia creativa. Ma bisogna voler conservare la capacità della curiosità e della fantasia, ed è una grandezza che a poco a poco il sentimento popolare sta riprendendo. Il popolo è la vera e unica aristocrazia, la vera élite fulcro della vita emotiva, e non soltanto una categoria politica continuamente manipolabile dagli infelici. Il dubbio rimane quando si lanci un'occhiata alla sfera politica vera e propria che dovrebbe farsi attrice della vita del popolo. Qui si comprende che la maggioranza è composta da uomini vecchi, austeri, decadenti non meno degli altri becchini, e fin quando l'opera di ringiovamento non sarà apportata sul piano politico e su quello ideologico, il popolo continuerà a maturare da solo e a progredire di per se; c'è un’unità indissolubile che può conoscere momentanee alienazioni le quali sono propedeutiche ad una situazione di superamento della morte dell'individuo. Il fatto stesso di essere vita pura è la più grande antitesi ad un ordinamento di menomati che da ogni dove predicano la morte, non avendo trovato nell’immanenza stessa di tutto ciò che pulsa qualche soddisfazione e qualche motivo per essere felici, cioè umani. Chi non ha una cultura della vita sarà sempre e soltanto uomo del risentimento, perciò sarà sempre e soltanto nemico del popolo. Popolo è una totalità definibile come “l'incessantemente trascendentale" dato che,. nella sua indeterminabilità, è una continua condizione di possibilità,. inarrestabile spinta., impossibilità della chiusura in uno schema irreversibile: arte pura.

 

 

 

 

 

QUELLO CHE BERLUSCONI SA

(dei primi due fallimenti di tutto il suo progetto)

 

 

La prima forma di lotta intellettuale consiste nel riconoscere. ciò che è cultura e ciò che non lo è, ciò che è davvero superiore e ciò che non lo è, ciò che si basa sulla conoscenza e ciò che si basa sull'ignoranza, tutto quello insomma che il presidente del consiglio crede di essere e che, povero lui, non è affatto.

Berlusconi è un uomo fortunato, da un certo punto di vista ha tutto, è una strapotenza economica, è un uomo delle circostanze non accidentali e dalle solide amicizie, basta pensare a fantasmi del passato quali Craxi, socialisti del garofano, democrazia cristiana e tutto l'orrore successivo al compromesso storico.

Ma se questo è vero, a cosa aspira Berlusconi, negli ultimi anni della sua vita, tramite la politica ? La risposta è in fondo semplice, egli vuole entrare nella voce storica, figurare nel cosmo di uomini quali Napoleone, Kennedy, Enrico VIII o Federico II ma purtroppo per lui non riesce a fare i conti con qualcosa che continuamente gli sfugge, lo tartassa e lo tormenta: le suo lacune culturali, la sua origine modesta, parrocchiale e timorosa.

Qui assistiamo alla volontà delirante di un uomo che non si rassegna, che dopo aver accumulato tanto vuole ancora. Qui aleggia la mancanza di serenità, il tempo sfugge e la proclamazione di uomo universale è ancora troppo lontana, un miraggio, e per di più ostacolata da chi ha ancora del buon gusto storico. A questo punto una sola parola, messa in evidenza precedentemente da Nietzsche, definisce la situazione vissuta da quest'uomo: ressentiment. Berlusconi è l’uomo del ressentiment perché la sua origine è plebea. Non c’e niente di elitario nel suo passato, niente che sia conforme o sorregga un piano trionfale, niente di niente. Gli uomini cui egli si ispira erano tutt'uno con il potere e la ricchezza, avevano un’origine nobile, una cultura nobile, un potere tramandato e consolidato ma ­fortunatamente, destinato a perire tramite cicliche rivoluzioni. Berlusconi invece rimarrà sempre un sempliciotto, questo è il suo castigo,. il castigo della presunzione. La sua illusione guarda già al futuro e all'olimpo della memoria storica, ma questi sogni del visionario entrano in una crisi di pianto isterico quando cercano la propria origine, il passato, ciò che c'è a ritroso, perché allora vi ritroveranno soltanto il vuoto, il nulla cioè la più becera mancanza di una tanto agognata cultura della grandezza.

Come una formichina laboriosa il bonhomme ha costruito mattone dopo mattone la sua stalla, poi la parca mensa, poi un piccolo appezzamento di terreno e così via. Come già detto le circostanze non sono state fortuite, nelle comunità primitive in fondo ci si aiutava badando con oculatezza “al mio cavolo” e “al tuo carciofo”, al mio piccolo mondo e al tuo piccolo mondo. Tutto era mosso soltanto dall’immediato concetto di utile. E ciò che conta in tale ragionamento è proprio questo. Berlusconi vive la lacerazione psicologica dell'uomo dell'utile; accumulare, accumulare e accumulare senza il benché minimo stralcio di cultura, senza la benché minima cognizione di un potere politico o di qualcosa di lontanamente aristocratico. Il fondamento del suo presunto potere non ha alla base nulla di diverso dal principio del baratto dell'uomo primitivo. Questo è il suo dramma. Ciò che egli ha saputo fare è stato coltivare e proteggere l'orticello. Niente di più plebeo dunque. Un semplice uomo con un volgarissimo istinto di conservazione ma con la fortuna di avere avuto dei vicini disposti ad aiutarlo per ricavarne i rispettivi, semplici, brutali benefici.

Basta immergersi nella lettura di Parini o, perché no, dello stesso Manzoni per avere il profilo psicologico di un signorotto come il nostro premier. La sua ostentata cultura umanista è una cultura della zappa padana.

Viene però il momento in cui sia Parini che Manzoni vengono superati. Chi per una volta non ha sognato di essere quell'uomo hegeliano, cioè il portatore privilegiato dall'astuzia della ragione storica in grado di condurre in avanti il destino dello spirito occidentale ? Naturalmente Berlusconi non ha mai letto Hegel, ma anche se lo avesse fatto non lo avrebbe mai capito fino in fondo, perché l'alfiere dell'idealismo era interessato alla libertà dello spirito di un popolo, Berlusconi è invece interessato a colmare le sue grosse lacune e frustrazioni di uomo della plebe. Il suo ragionamento deve essere stato questo: « Non passerò alla storia perché ho tramutato le vecchie zappette e vanghe dei miei avi in vanghe d'oro, io devo fare qualcosa in più, estendere il mio progressismo primitivo a tutti i popoli, a tutti gli uomini. Io posso fondare soltanto con l'esempio pratico il metodo Berlusconi, ma per fare questo devo essere un maestro temuto, darmi un contegno, un tono, un portamento, un potere che faccia dimenticare a tutti, persino a me stesso, le mie basse origini ». Ed ecco la tragedia. La situazione di quest’uomo ricalca, per certi versi, la psicologia di Mastro don Gesualdo. Uomo del volgo arricchito ma pur sempre uomo del volgo, ignorante, senza cultura, senza la tradizione. Il cavaliere esperisce continuamente su di se il fatto che lì dove non arriva la cultura arrivano i soldi. Egli ne da una prova con le sue dichiarazioni al parlamento europeo, in Turchia, quando parla di Mussolini e del comunismo stesso. Qui si comprende la sua lacerazione: la frattura tra cultura e produzione reificata.

Tutto il potere di Berlusconi è simbolo del progresso tuttavia senza essere esso stesso progresso. I suoi miti almeno avevano alla base un ethos culturale. Atene e Roma e la Francia e la Germania aleggiavano nelle imprese dei grandi reazionari e condottieri che alla fine sono caduti, figuriamoci dunque quanto può essere duraturo un governo gestito da personaggi più gretti e volgari con le idee palesemente confuse. Non si gestisce nessun potere con l'identità di homo economicus. Non si va in nessun olimpo senza una cultura raffinata. Una conoscenza manualistica non basta e non convince nemmeno le folle tanto sottovalutate e disprezzate, perché i tempi sono cambiati e l'inganno non dura a lungo. Le ridicole proclamazioni sono molto spesso delle autoconfutazioni che il più delle volte generano ilarità perfino nell'uomo più sbadato tanto sono stupide e ridondanti.

Poi c'è il resto. Germania, Spagna, Francia e Turchia non possono trattenere le risate, e il contegno, per cosi dire, rimane una questione dì educazione e non certamente di pensiero. Il cattivo gusto di una persona in genere suscita ilarità ma anche moderazione, una moderazione che è più che altro compassione.

Si dice che più un individuo è ignorante e più i suoi torti vengono sublimati da atteggiamenti di bambino prepotente, ma è proprio questo il nodo centrale del caso psicologico Berlusconi: una situazione di autocoscienza tutta basata sul risentimento, ed in primis, fa sempre bene ripeterlo, questo astio è portato contro se stesso, contro le origini da lui tanto odiate, la plebaglia a cui egli appartiene e da cui non riuscirà mai a scrostarsi.

L'aristocrazia del nostro primo ministro è uno stato di sartriana malafede. Il suo piccolo potere è costruito nel peggiore dei modi, mattone dopo mattone con del cemento scadente. Il fantasma che insegue il nostro pover’ uomo si basa sul fenomeno della frattura tra cultura e produttività che si risolve in un dato primo, nascosto a se stesso ( ma che in fondo è sempre davanti ai suoi occhi ), ma non per questo al popolo : la lacerazione psicologica dì chi non è riuscito a costruire nessuna cultura e nessuna vera riforma da grand'uomo. Il nostro grande riformatore tenta in vano di superare la sua logica paranoica attraverso un 'infinità di leggi che pesantemente e costantemente lo portano a ricadere nella sua più originaria condizione: il primitivo zappatore. Ogni passo in avanti lo condanna all'indietreggiamento[1] ed è per questo motivo in fondo che il suo governo è già caduto. Il programma trionfale era in malafede perché basato su un progressismo incompleto, carente, culturalmente inesistente.

Il piano è fallito. Tutta la sua amministrazione è fallita e lui lo sa benissimo, vive questo dramma dentro di se. Giorno dopo giorno, ora dopo ora la frustrazione è insita in ogni tentativo di superamento.

Il premier combatte contro se stesso, contro un passato che è cattivo perché è fatto di cose, soldi, accordi economici, ma egli sa che non si ripara a tutto questo vuoto con le citazioni di Erasmo e nemmeno con campagne elettorali goffe e ridicole. Il tracollo è vicino. Alla fine ha tirato troppo la corda e ai contrattualismi truffaldini sono susseguite innumerevoli parate di cattivo gusto, ma il popolo si è stancato ed è così che la sua verità è venuta a galla. Si è scoperto troppo. In ogni sua proclamazione si avverte una certa nostalgia del passato, una disperata ricerca del titolo storico di uomo “magno” ma dato che questo titolo è mancato fin dall'inizio, dal fondamento, dalla base, il nostro uomo ha avuto la pretesa di proclamarsi il presidente di tutti gli italiani, tuttavia con il disprezzo di chi da sempre ha avuto in odio i concetti di popolo, unità e socialità. Nel popolo Berlusconi non scorge altro che il suo passato contro cui combatte disperatamente; una lotta portata in avanti sempre più astiosamente dato che ormai la demagogia non convince più nessuno e il risveglio ha ripreso una forma collettiva. Tuttavia è proprio la coscienza di questo generale risveglio a far si che le leggi diventino più aspre e la lotta alla democrazia più esplicita. Il premier, e con lui Fini, La Russa, Moratti, Bossi e gli altri decadenti, ha paura, ed è proprio la paura che spesso conduce al totalitarismo. Anche i totalitarismi sono fatti umani, e quello di destra ormai alle porte evidenzia l’angoscia di persone che non sanno più dove sbattere la testa, uomini soli che si ritrovano a combattere una moltitudine. La situazione è dialettica. La vita del tutto sociale è il vero termine d'opposizione dell'attuale governo, perciò il rischio è quello di un movimento repressivo in termini di libertà individuale. Ricordiamo che il vicepresidente del consiglio è un fascista di razza, perciò, proprio perché i tempi sono ormai brevi anche per il suo partito fantasma, le leggi si induriscono, il programma della sicurezza per la difesa dei cittadini si deve rivolgere contro tutti i cittadini stessi, cioè contro pratiche di vita riconosciute ormai dalla gran parte della società che ha superato i pregiudizi. La situazione è grave. Nei tempi di sconfitta la banalità primitiva si leva la maschera presentandosi nelle sue autentiche sembianze: con la forza. Lotta totale all' uso delle droghe leggere, riduzione dell' individuo ad un automa controllato dalla sua stessa autovettura, incremento del controllo e della polizia, perfino ai cani sono state imposte leggi. Ma del resto in uno stato "autenticamente" liberale come quello di Berlusconi è possibile usare parole bonarie per Mussolini anche se il tutto suona un po' confusionario grazie a ciò che dice Bossi su Aldo Moro. In fondo il leader leghista ha ragione su un punto: La democrazia cristiana ha rovinato l'Italia perché ha reso possibile l'ascesa dell'attuale governo e dei suoi leader. Il fatto è che il leader leghista, essendo la punta di diamante del governo del ressentiment, cioè il più ignorante di tutti, ha lanciato frecciate all'uomo più sbagliato. Ma del resto ad una simile arroganza fascista ci aveva già abituati Scajola quando si pronunciò nei confronti di Marco Biagi. Già Scajola, colui che è nuovamente ministro. Stiamo attenti perché non siamo più in una democrazia. Dobbiamo essere attenti perché il fallimento e la paura possono condurre ad azioni repressive giustificabili sotto la scusa che ciò che è stato fatto era in conformità della volontà razionale di tutti e con diritto. Quando la caduta di tutti gli obiettivi è alle porte, ma rimane pur sempre del tempo per governare, la situazione dell’uomo del ressentiment non riconosce null'altro che materia da plasmare e utilizzare. E quando un uomo politico vede nel popolo soltanto merce, materia e cose la situazione è pericolosissima perché costui ha stabilito che tutto ciò che si trova ad esser governato è muto, senza parole perché inanimato[2]. Ecco perché la situazione è dialettica, ma in ballo non c'è solo una classe bensì la moltitudine, tutti quelli che pensano, vogliono vivere e vogliono la vita nella democrazia. « Come risultato finale del processo abbiamo da una parte l'io, l’astratto ego svuotato di ogni sostanza tranne che di questo tentativo di trasformare tutto quanto sta nel cielo e nella terra in uno strumento della sua sopravvivenza, e dall' altro una natura anch’essa svuotata, degradata a pura materia, che dev’ essere dominata senz' altro fine fuorché quello appunto di dominarla »[3]

Ma torniamo a noi. Il nostro premier cos'ha alle spalle ? Una cultura della parrocchia ed una buona conoscenza dei numeri. Già, contare, questo si, è un merito che al premier va riconosciuto ma che, tuttavia, egli desidererebbe non gli fosse più attribuito. Nel suo quadro fantastico egli si vede un sovrano estetizzante, magari un Adriano, un Federico II o un Guglielmo I, e com’ è noto tali uomini lasciavano ai propri contabili la parte più volgare, cioè le cifre, i bilanci, la mercanzia. Il sovrano umanista medita sulla situazione spirituale del suo popolo, è tutt'uno con un mondo di carte e di lettere. La natura invece è stata più cattiva con il nostro premier lasciandogli la parte più volgare e mai gestita: contare, far quadrare. Ed ecco la verità, la sua verità, la nausea del se, il risentimento. « Voglio uscire da questa mia condizione. Voglio governare da patrizio e non da plebeo, dare qualcosa di nuovo perché io mi sento superiore, al di sopra, più scaltro, ma sono limitato!! Mio Dio io non so davvero cosa voglia dire governare e dare, io so solo cosa vuol dire contare, investire, accumulare e circondarmi di titoli concreti, cosali, che si possono vedere, toccare e invidiare. Io in fondo non uscirò mai da questo dramma e il popolo lo sa, da qualche parte anch’io lo so. Da diverso tempo è difficile che un qualche mio sorriso in pubblico sia sereno ».

Il governo del risentimento è in fondo già caduto due volte. Psicologicamente il "cavaliere" ha fallito la sua missione perché la storia lo avvolge, lo annulla sbattendolo a destra e a sinistra sulle pareti della sua mancanza di cultura e tradizione, conoscenza e fondamento di cui ogni uomo politico, comunque sia destinato ad essere guidato dalla vera aristocrazia che è quella del popolo, ha bisogno.                               

In più fatto pratico e di prim'ordine è l'effetto di una legislazione basata sul ressentiment, cioè la perdita del consenso, il totale fallimento a livello di permanenza governativa.

Affinché un simile governo possa cadere al più presto in maniera concreta, la lotta politica resta la componente essenziale, ma questa deve assumere su di se l'autocoscienza serena della propria superiorità. Il governo Berlusconi, composto all’ unanimità da individui della sottocultura reazionaria e apertamente fascista, ha nuotato sin dall'inizio in cattive acque. Bisogna perciò trattare la plebe con distacco, con gioia, con arte. Il rischio di un'opposizione avvelenata è quello di contagiarsi a sua volta di risentimento.

 L’opposizione politica deve controllare la situazione e fare appunto “opposizione” ma la vera impresa riguarda il superamento di ogni mancanza dì chiarezza e di ogni spavalda credenza riguardo la propria ragione assoluta. Il rischio è quello di autoplebeizzarsi come l'attuale governo.

L'opposizione politica deve lasciare da parte una volta per tutte i venti caldi della tentazione borghese e mettersi dalla parte della vera èlite, l'autocoscienza vera e propria, l'emozione e nello stesso tempo la disperazione fiera: il popolo.

Quello che il popolo vuole parla da sé[4].  L’opposizione, per dirla con Nietzsche, deve farsi gaia, dunque plasmare se stessa in funzione artistica, creativa, ovvero accettare di essere plasmata dalla ragione e dalla emotività dei pubblico. Berlusconi ha soltanto avuto la pretesa di plasmare il popolo, perché chi da sempre ha avuto come background culturale l'interesse alla merce ed alla mercificazione non potrà far altro che agire nella stessa maniera in politica. Questo è il risultato di chi è senza cultura.

 Ma il potere politico opposto dev'essere consapevole del fatto che tornerà a vincere soltanto per il       senso di nausea che Berlusconi ha suscitato alle masse, alla forza ed al cuore degli individui, perciò non deve mai dimenticare che esso è soltanto il frutto di una volontà, ovvero di ciò che il popolo è in democrazia. Volontà e potere sono un unicum se è di democrazia che si parla. Rousseau lo mise chiaramente su carta ne Il contratto sociale. Il governo attualmente in carica ha compiuto, e sta compiendo, un atto di forza del tutto particolare: esso non ha fondato il diritto sottoforma di diritto del più forte che, come ci insegna Rousseau, sarebbe un fatto contraddittorio, ma ha plasmato la forza sul diritto preesistente ( e se si preferisce lo si può anche chiamare costituzione ).

L’anticostituzionalismo è la forza di chi abusa di un dato di fatto, ovvero di chi ignora la storia.

Ma proprio per questo il governo è già caduto, la sua ascesa sull' Aventino è teologicamente fallita, e non poteva essere diversamente, ed il prossimo governo dovrà ricordare che esso non avrà avuto meriti riguardo questa caduta, perciò sarà obbligato a meditare. Oltre la facoltà dell'abilità legislativa i prossimi uomini dovranno saper danzare, umanizzarsi, deplebeizzarsi cercando di scrollarsi di dosso un passato che, molto spesso, non è stato affatto glorioso ma che, tuttavia, è stato pur sempre un passato al contrario di chi, povero lui, non lo ha mai avuto e non lo avrà mai.

Il semplice disprezzo intellettuale del popolo è più potente di qualsiasi rivoluzione ed è già esso stesso una rivoluzione. Una rivoluzione dei felici contro i decadenti. Solo questo tipo di disprezzo è propedeutico alla politica dell' avvenire, ma su quest' ultimo punto dovremo tornare con metodo pedagogico nella seconda parte di questo scritto.

 

 

 

II

 

 

La severità e gli scenari "brulli" dell’attuale periodo storico hanno bisogno di essere dimenticati per poter giungere ad una situazione di deplebeizzazione e di svecchiamento in funzione antiberlusconiana. Riscoprire le proprie origini significa accettare la sfida della maturazione attraverso “il salto, all’indietro”. Soltanto se la propria cultura verrà riscoperta attraverso, il gioco il potere politico tornerà distillato da ogni macchia di risentimento. Ma ovviamente è il popolo, moltitudine indefinita, emotiva e problematica il miglior pedagogo. Con la sua grandezza e con i “suoi dispetti” si creano nuovi avanzamenti in direzione di una politica culturale e non della. clava. Bisogna voler apprendere il significato delle sue tentazioni.

Per il momento i due schieramenti hanno seguito lo stesso percorso, ma per uno la via è irreversibile, in quanto esso non ha fondamento, per l'altro invece esiste una possibilità di reversibilità, pur se all'interno di un teatro della tragedia. La scelta di una riscoperta ha bisogno della memoria e dell'educazione; un'educazione basata sul linguaggio della completezza, ed il welfare è l'articolo fondamentale, il presupposto ontologico di tale completezza, non una chimera. La richiesta dello star bene comprende la maggior parte della moltitudine, non è possibile fare orecchie da mercanti. E' doveroso non essere cosi

berlusconiani.

Il potere politico forma il suo linguaggio soltanto dopo aver ricevuto, con pazienza e umiltà, l'imprimatur. E per adesso ha ricevuto il più inquietante, il più cattivo e disperato. Esso riparte da zero e rinasce nella misura in cui muore tutto il residuo di berlusconismo che vive nella sua stessa attuale volgare essenza.

Ma alla fine viene da chiedersi se tutto ciò non sia astratto. Se avremo mai dei politici danzanti. Gli uomini del profit saranno mai capaci di interpretare le loro stesse emozioni in direzione di un’armonizzazione a loro esterna, esteriore ed estetica? Di quanta follia avrebbero bisogno? E di quanto coraggio? Il fatto è che "altro" suscita orrore ma non si può eliminare in nessun modo, esso risorge in ogni dove[5], rafforzato. Tutti i poteri hanno bisogno di noi.

Siffatti tipi di uomini nuovi non esistono da nessuna parte ed è difficile persino immaginarli. Per questo motivo passiamo il discorso a Mowgli, al cucciolo d'uomo. La scienza viene superata dalla fantasia, la serietà si dissolve in ciò che ha la capacità dì una maggiore analiticità ma col sorriso sulla bocca, un sorriso beffardo che trascina dietro di sè l'errore ma che ha davanti a sè spazi illimitati e meravigliosi. Diffidare della maggior’età è la parola d'ordine di chi gioca serenamente, cioè con purezza.

 

 

 

I Bandar‑log e Mowgli

(democrazia, totum sociale e dialettica del ressentiment) 

 

 

« “Non c'è nessuno nella giungla così buono, bravo, forte e gentile come i Bandar-log.”  Poi tutto ricominciava daccapo,finchè si stancavano delle città e ritornavano sulle cime degli alberi,sperando che il popolo della giungla si accorgesse di loro>>.[6]

Chi sono i Bandar‑log o popolo delle scimmie? I Bandar‑log sono l'emblema negativo di un potere che è anarchico senza volerlo essere. Essi aspirano a stravolgere le regole democratiche del Popolo della Giungla che nella sua costituzione è liberale. Nella giungla liberale vige un accordo di fondo che mantiene viva l'integrazione tra il monadismo di chi è a sè, nella sua natura, nei suoi progetti e nella sua emotività, con una alleanza di fondo che riporta tutti ad una medesima essenza unitaria. Un’unità comunque non interpretabile in senso marxiano. Mowgli stesso è costretto ad imparare, con rigore, uno degli insegnamenti fondamentali di Baloo: « Siamo dello stesso sangue voi ed io »[7]3.

 

Tutti hanno un codice proprio ed uno generale; una sorta di diritto privato ed uno pubblico finalizzato al godimento unanime della felicità. Ognuno cerca di comprendere l'altro nella misura in cui egli stesso è anche qualcosa per l'altro. Ciò che vige, in ultima analisi, è una morale liberale basata su un laissez-faire moderato. Ma per arrivare a ciò questa giungla meravigliosa ha dovuto costruire le regole della tolleranza a poco a poco. Ogni linea di confine ha, per cosi dire, una storia che si è consolidata progressivamente. Le regole di una convivenza unitaria sono dunque storia della e nella giungla. Ma tutto questo i Bandar‑log non lo sanno, essi non hanno la cultura ma aspirano a comandare, al potere. Forti della loro molteplicità e della favorevole posizione geografica, le scimmie selvaggie hanno, in un certo senso, già l'autoconvinzione di essere un popolo eletto, rispettato, superiore, « “Quello che i Bandar- log pensano oggi, tutta la giungla lo penserà domani”,  e questo le confortava molto. Nessun animale poteva raggiungerle ... », [8]ma le cose stanno diversamente. In realtà non hanno la più pallida idea di cosa sia un potere politico o un ideale. Sono due gli elementi negativi che le contraddistinguono da tutti gli altri animali: la mancanza di storia e la mancanza di memoria. Lì dove non c'è partecipazione ai radicali cambiamenti che percorrono la storia, non ci può essere nemmeno il ricordo e dunque la conoscenza dei fatti. Il disinteresse, che è automaticamente ignoranza, diventa un’arma pericolosissima quando l'istinto genera comunque sentimenti di rivalsa e dominio. I Bandar‑log sono così, dei falsi anarchici in attesa di diventare dei padroni. In realtà non vorrebbero affatto trovarsi nella situazione in cui si trovano e perciò vivono una lacerazione. Appartengono alla fascia plebea della giungla, ma hanno un’ottima posizione geografica e ciò basta per trasformare un inetto in uno stratega. Dalla loro piccola posizione osservano tutto quel che accade. Nel silenzio pongono le basi della cospirazione. Si fanno piccoli piccoli e guardano la giungla con il disprezzo verso quella zona razionata chiamata democrazia. Questa continua osservazione scatena invidia e disperazione che diventano il presupposto di un piano che non ha strutture, basi e accorgimenti particolari. I Bandar‑log sono l'antitesi del modello razionale, non sopportano di non essere, e più questo'odio cresce, più si rafforza l'irrazionale convinzione che un nuovo potere deve essere instaurato. Non importa come, l'importante è prenderlo. Il resto viene dopo. Esserci, essere finalmente notate, invadere tutti con la propria scintillante superiorità. « Sono vanitose e pettegole, e pretendono di essere un grande popolo con grandi cose da fare nella giungla, ma basta una noce che cade per farle scoppiare a ridere e tutto è già bell’è dimenticato »[9]. Vogliono essere notate, e pur senza una.strategia politica intendono fare di tutto pur di arrivare al potere. « " Il Popolo della Giungla non le nomina mai e non si accorge di loro. Sono numerosissime, cattive, sporche, e non desiderano altro che farsi notare dal Popolo della Giungla. Ma noi non le notiamo nemmeno quando ci tirano in testa noci e rifiuti " »[10].

Il popolo della Giungla non nota i Bandar‑log, ma loro notano la giungla, e dove non arriva il caso arriva la cattiveria. Qui si traccia il limite tra la commedia e il dramma. Mowgli, il cucciolo d'uomo, è avvicinabile. Egli desidera tutto. La giungla è il suo punto archimedico; in essa manca lo spazio delimitato, mancano le case e le restrizioni. In questo luogo la volontà di sapere è illimitata così come lo è quella di assaporare la vita. Ogni fenomeno, conosciuto tramite il principio di ragione, è un’anelito ad un' ebrezza che non si appaga mai.

Qui non c'è modo di poter autolimitare la propria emotività con rigore, perchè ogni angolo è un’appello ad essere e traina a sè, ma richiede devozione e rispetto. Una legge fondamentale della giungla è il rispetto per la meraviglia. La ragione è perfettamente integrata con l’aspetto sensibile dell'essere, e in un certo senso Mowgli stesso diviene simbolo del post-­cartesianesimo. Non esiste un di dentro staccato dal di fuori. Non si è soltanto come le teste alate degli angeli rappresentate nel Rinascimento. C'è un di fuori, che interagisce con noi, e nella giungla tutto ciò avviene al massimo grado. La ragione riprende i suoi giusti confini scoprendo così che lasciarsi guidare può essere meraviglioso. Cade il dominio e con esso la razionalità formalistica. Si è dèi o semidèi, e Mowgli lo è in massimo grado. Egli infatti non domina la natura ma impara a conoscerla facendosi guidare da essa.

Il cucciolo d'uomo rappresenta, in un certo senso, la personificazione del "ripensamento della razionalità occidentale" tracciato da Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell'illuminismo, opera in cui viene prescritto un cambiamento, nell'orientamento dell'osservazione della realtà esterna, da parte dell'essere umano. I nostri autori tematizzano un rapporto armonico, per evitare la totale "eclisse della ragione", tra soggetto e natura. Non dominio, non atteggiamento di padronanza bensì amicizia. Prendere coscienza insomma che la natura è irriducibile al fine di creare un’etica del dialogo in cui la ragione non si annulla bensì si autorafforza in direzione autolimitativa. Comprendendosi come momento « insieme simile e diverso »[11] della realtà circostante, la razionalità « si libera dall'illusione di poterla ridurre a sè medesima »[12]. Ora in Mowgli manca il formalismo, e proprio ciò gli permette di proiettarsi in direzione della vita come indescrivibile esperienza. Perciò egli è studiato dai Bandar‑log, ed è da questo studio che trarranno le conseguenze per un piano malvagio: utilizzare le stesse armi di Mowgli per far cadere in trappola lui e tutto il Popolo della Giungla. Mowgli infatti rappresenta già un destino per lo stesso popolo, e avendo compreso ciò, il popolo delle scimmie vuole rapirlo per apprendere da lui l'arte del potere. L'arte di come sia possibile conquistare tutti pur venendo da lontano o dal nulla.

I Bandar‑log rapiscono Mowgli. Qui abbiamo due modelli di razionalità politica che si mettono in opposizione. Una razionalità formalistica, plebea, finalizzata ad un mero profitto ed interesse volgare, e una ragione integrata nello spazio, irriducibile, vitalistica come suddetto. Mowgli parla col popolo delle scimmie e va a giocare con esso perché ama l'alterità, ha una cultura della vita. I Bandar‑log invece sono interessati. Affabulatori per interesse, essi giocano con le emozioni, e nel far ciò sono nemici di qualsiasi alterità e totalità. Mowgli è invece filosofo e pedagogo nello stesso tempo. Gioca, e nel giocare amorevolmente con tutte le cose "costringe" e stimola al cambiamento. Impartisce l'insegnamento rimanendo a guardare, senza paura e senza secondi fini.

I Bandar‑log rappresentano il ressentiment, e il ressentiment è pericoloso quando si organizza un progetto attivo.

Queste scimmie non conoscono altro metodo oltre quello della violenza. La loro seduzione nei confronti del vitalista Mowgli anticipa soltanto un atto di forza funzionale ad un proprio egoismo. « " Sono state molto gentili e mi hanno invitato a tornare. Perché non mi avete mai portato tra il Popolo delle Scimmie? Stanno in piedi come me; non mi picchiano con zampe dure; giocano tutto il giorno. Lasciami andare su, Baloo, lasciami andare su! Voglio giocare con loro." »[13]; è questa la richiesta disperata del vitalista Mowgli. E’ questa la richiesta di colui che è incessante domandare. Il creatore artistico consuma in ogni dove delle forme irregolari scevre dal pregiudizio. Qui abbiamo un ideale di nobiltà senza classe contro la forza di pragmatici eventi vettori di volgarità.

Appena dopo la richiesta di Mowgli, ecco che lo scenario cambia in conseguenza del fatto che Baloo, lo spirito moderatore, ha vietato l'incontro con le scimmie al cucciolo d'uomo. « “Il Popolo delle Scimmie è proibito " disse Baloo, " proibito al Popolo della Giungla. Ricordatelo” »[14]. A questo punto il ressentiment si scatena in tutta l'essenza plebea. E’ una legge della storia. La violenza, che si trova in linea di continuità con la mancanza di dialogo, è la scelta più ragionata di chi può rappresentarsi solo l'atto cieco del calcolo.                              

Lo spregevole conta, calcola, e nel far ciò soppesa tutto in funzione ottimistica perchè alla fine è l'atto del travalicamento ad aver l'ultima parola. Basta avere una posizione privilegiata e legare a questa tutto il sentimento della propria differenza. « Due delle scimmie più forti presero Mowgli sottobraccio e balzarono con lui da una cima all'altra, con salti anche di quattro metri. Se fossero state da sole avrebbero potuto andare a una velocità doppia, ma il peso del ragazzo le tratteneva. Pur stordito e frastornato, Mowgli non poteva fare a meno di godere di quella corsa pazza, benchè le occhiate che riusciva a dare alla terra lontana laggiù lo spaventassero»[15].

Ragione totale contro ragione parziale. Facoltà del limite intrinseco contro l'intrinsecamente illimitato. L'uno e il due rivestono tutti i progetti d'azione in ordine calcolatorio, ed ogni fare non è mai in grado di andare oltre questa schematizzazione perchè a ritroso vi ritrova il nulla, l’assenza. Il   “ni – ente” è ciò che mette paura perchè il suo nome è alterità, e cosi accade che « l’uomo s'illude di essersi liberato dalla paura quando non c'è più nulla di ignoto»[16]. I Bandar‑log percepiscono tutto questo scegliendo di non sottrarsi alla regola: la violenza è più comoda e meno rischiosa quando si è nella facoltà di poterla attuare. La violenza è il frutto pragmatico di quella ragione che è paga di se tramite un solo, scarnificato concetto: IO. Così ragiona la plebe: « Io sono Io, tutto questo non basta?».

Per la plebe che cos'è la seduzione? E' soltanto il preambolo della violenza finalizzata ad uno scopo ben preciso. In essa non c'è nessuna visione teorica della libertà. Qui il discorso va oltre tanto la libertà positiva quanto quella negativa. In questo genere di lascività il volgarotto che prende il potere tenterà di socializzare soltanto la sua frustrante esperienza prima negata: Esserci[17].

Egli non pensa mai in questi termini: « Se il mio progetto è del tutto razionale, esso renderà possibile il pieno sviluppo della loro "vera" natura, la realizzazione delle loro capacità di decidere razionalmente “per ottenere il meglio da se stessi”-come parte della realizzazione del mio stesso "vero" io »[18]; no, il ragionamento è molto meno raffinato ma non per questo meno egoico e pericoloso. Il volgarotto fa violenza senza progetto e con poche giustificazioni, e quando cerca di fare il sofista è goffo nei movimenti, si fa scoprire subito anche se l'atto del travalicamento gli ha arrecato i suoi buoni frutti. La seduzione è solo una piccola parte del piano, perciò i termini gentili, cioè quelli che incantano, durano molto poco per lasciare spazio alla verità ed alla sua struttura costitutiva. Il discorso è psicologico; una psicologia della feconda bassura.

Abbiamo visto a quale tipologia di esistenza corrispondano Mowgli e i Bandar-Iog, non c'è perciò bisogno di falsiflcare ulteriormente uno scenario ormai limpido. Ma rimangano alcuni punti che devono essere ulteriormente esaminati a proposito della seduzione, la quale è il preludio del dramma o, per meglio intenderci, della violenza politica.

Mowgli viene studiato e il popolo delle scimmie si fa interprete, seppur confusamente, delle sue emozioni e del suo modo di essere. Se non ci fosse stato il divieto da parte di Baloo non si sarebbe avuto il rapimento, e la violenza, fattore inevitabile dei soggetti del ressentiment, sarebbe esplosa progressivamente in seguito. Perciò Mowgli è stato sedotto senza troppe difficoltà iniziali dai Bandar‑log, perchè?

Ora, un primo motivo riguardo questa semplicità nell'esser tentati è stato individuato nella stessa intrinseca costituzione ontologica di Mowgli "il vitalistico". Ne esiste però un altro, certamente legato al primo, ma con esiti appunto molto più pragmatici e politici.

Una vita artistica è anche definibile in questi termini: Vita che Ricrea Vita; ma, appunto per questo motivo, l'incontrollabile emozionale e non logocentrico può sentirsi annoiato, e poco stimolato all'azione, se posto in un’arida situazione di coercizione della creatività. Ne il Libro della Giungla alcune restrizioni vengono poste a Mowgli dal maestro Baloo. Quest’ ultimo ha fondamentalmente delle buone idee, ma davanti a se ha l'incontrollabile, il nuovo e il diverso. Il saggio orso non ha imparato ad imparare da Mowgli e ciò designa dei tratti reazionari e “chiusi” nei suoi metodi d'insegnamento. Mowgli è una potenza creatrice pronta a recepire ma con una sua natura personale e di difficile canalizzazione. Per lui il nuovo non può che essere evento, e ciò Baloo non lo ha compreso fino in fondo. Per questo motivo il popolo delle scimmie esercita un’iniziale fascino sul cucciolo d'uomo. Esse presentano un linguaggio innovativo e non risultano noiose ma, anzi, sembrano essere un’alternativa vitale.

<< “Mowgli “ disse Baloo, “ tu hai chiacchierato con i Bandar‑log, il Popolo delle Scimmie”.

Mowgli guardò Bagheera per vedere se anche la pantera era arrabbiata, e gli occhi di Bagheera erano duri come pietre di giada.

"Lo immaginavo: sei stato con il Popolo delle Scimmie ... le scimmie grigie ... il popolo senza legge...i mangiatori di qualsiasi cosa. Questa è una grande vergogna."

" Quando Baloo mi ha picchiato sulla testa " disse Mowgli, [ ... ] " sono scappato, e le scimmie grigie sono scese dagli alberi e hanno avuto compassione di me. Nessun' altro se l'è presa a cuore”. [ ... ] " E poi, e poi mi hanno dato noci e roba buona da mangiare, e... e mi hanno portato in braccio sulla cima degli alberi e hanno detto che sono loro fratello di sangue e che un giorno diventerò il loro capo.”>>[19].

Baloo è il maestro dalle buone intenzioni, conosce perfettamente le leggi della giungla e la sua stessa storia, ma purtroppo non attua quello sforzo fondamentale: comprendere l'intrinseca diversità ed eterogeneità dell'umano cucciolo d'uomo. Non basta essere maestro nella giungla, ma bisogna mimetizzarsi in essa da un nuovo punto di vista che è umano. Non basta impartire meccanicamente, ma bisogna deformalizzarsi ed esser pazienti. Interpretare è giocare, ed è così che si impara ma nello stesso tempo non si rinnega  “il ciò che è stato” l'a ritroso, la storia tangibile. Decostruire non vuol dire necessariamente distruggere. Decostruire può voler significare risorgere o essere comunque su quel sentiero di saggezza.

<< " Il Popolo delle Scimmie è proibito " disse Baloo, " proibito al Popolo della Giungla. Ricordatelo”>>[20], ma poi viene alla luce una verità da parte di Bagheera, la pantera nera, che dice:        << " Proibito " [ ... ] " ma io credo che Baloo avrebbe dovuto metterti in guardia contro di loro” >>[21]. Questo è il punto. Il maestro dalle buone intenzioni avrebbe dovuto rinnovare la sua pedagogia. Mowgli non vuole il silenzio bensì il racconto. Il silenzio è omertà, padre di tutti gli errori giudicabili in quanto tali. Il silenzio non dà consigli ma diseduca e scoraggia. Allora è il racconto il vero metodo. Una storia raccontata con serenità­ e senza odio. Storia basata su fatti che alimentano la coscienza critica. Come già detto ­precedentemente: il disprezzo intellettuale è la più grande rivoluzione. Ma il disprezzo si alimenta di cibi raffinati, non di dati spregevoli: esso pretende la cultura.

Baloo avrebbe dovuto dire dall'inizio e a volto sereno che cedere ai Bandar‑log avrebbe potuto arrecare conseguenze dannose per il futuro, ma invece nasconde per creare il tabù, e diffama per portare partita vinta alle proprie convinzioni. Ma così facendo egli dice poco e niente stimolando tutt` al più l'effetto contrario: il fascino del perverso; l’emozione del dispetto portata contro chi è stato un incapace.

In certi casi invece, il dire equivale al dare. Posso sapere qualcosa che tu non sai e ti parlo con serenità grave ma certamente non propagandistica. Nel caso di Baloo è invece il silenzio ad essere propagandistico; ma proprio ciò suscita tanto la noia, quanto l'indifferenza di Mowgli.

Chi aspira a parlare dall'alto dovrebbe capire che la moltitudine è emozione e non un dato statistico. Baloo è pedagogo, non filosofo e nemmeno spirito creatore. Si pensi al primo aforisma nella prefazione de La volontà di potenza di Nietzsche: « Le grandi cose esigono che se ne taccia o se ne parli con grandezza, cioè con innocenza: cinicamente. »[22]. Ciò che aspira a parlare in grande, deve agire in grande. Perciò chi ha la pretesa dell'interpretazione deve modellarsi a sua volta con vera adesione, e non trincerarsi dietro il formalismo delle responsabilità limitate.

Alla fine è Mowgli il vero pedagogo perchè è prima di tutto filosofo. Egli costringe al lavoro nuovo, al tutto da rifare, perchè è il simbolo della molteplicità che smembra lo statico.                                         E' questo dunque il duplice aspetto della tentazione. Nei momenti di stanchezza l'essere sedotti da qualcosa di nuovo è l'unico modo per rimanere in vita, soprattutto quando le ­alternative sono l'imitate o nulle. Molto spesso la tentazione é dunque soltanto la conseguenza di una natura morta che non dice più, che non ispira più, e molto spesso a ragione.

Quando si è piccoli è facile imbattersi in un detto, dal sapore retrò, che presenta ai fanciulli la prima configurazione dei regni ultraterreni; la sintesi del detto è la seguente: la strada bella e confortevole è quella che porta all'inferno, mentre il sentiero tortuoso, brullo e oscuro è quello che condurrebbe al paradiso, solo che, com’è facile immaginare, la tentazione facilmente si rivolge all'altro sentiero e così la caduta all'inferno sarebbe imputabile alla colpa stessa dell'individuo.

Ma alla luce di quanto detto siamo sicuri che gli individui ( o se si preferisce gli "indivisi" ) abbiano la colpa maggiore una volta arrivati al bivio? La nostra democrazia non assomiglia ad un grande crocevia in cui tertium non datur? E i suoi esponenti?

Ognuno è liberissimo di scegliere tra un'interpretazione alla Bandar‑log oppure alla Baloo, ma rimane il fatto che Mowgli è tutta un' altra storia. Esso è un continuo proiettarsi in avanti con tutte le insidie del presente e le ferite che continuamente si fanno sentire dal passato. E nell' essere ciò egli rappresenta, in forma di favola, ciò che l’aspirazione della moltitudine popolare è nella realtà liberale. Nei dibattiti politici rimane questo il fattore più importante eppure più ignorato ( quasi che fosse dato per scontato ): la vitalità problematica di una molteplicità pulsante. Purtroppo non sono tutti come Baloo. L’orso maestro alla fine riesce a riconoscere le manchevolezze nei confronti del cucciolo d'uomo. Si rende perfettamente conto che in Mowgli esiste qualcosa di diverso e di incontrollabile che ha ignorato, perciò la tentazione del cucciolo d'uomo calza con la sua stessa colpa. In molti altri casi invece, la presunzione di ciò che non si è ancora deplebeizzato porta soltanto a gettare del veleno in ogni dove senza mai voler giungere ad un momento di autocoscienza.

Eppure  l’autocoscienza è saggezza, e solo in queste condizioni può esserci un ribaltamento in termini prassistici, nonchè anche il modo per tornare a riguadagnare un po'di fiducia.

Per alcuni tutto questo suonerà astrattamente fin quando ci sarà la possibilità dell'oblio del giudizio ma non del calcolo strumentale, il quale equipara il popolo dei consenso a piccole funzioni algoritmiche. Tuttavia la possibilità di diventare piccoli Mowgli è data a Baloo da Mowgli stesso e in parte anche dai Bandar‑log. A quel punto forse può esserci crescita. Ma per far ciò bisogna avere una nuova concezione del tempo: progressione è inversione festante in direzione della fanciulezza. Solo cosi ci si deplebeizza[23].

 

 

 

 

Conclusioni poco serie

 

 

‑ Questo scritto è fondamentalmente un lavoro contro l'ignoranza. Non ha la pretesa di ricercare qualcosa di nuovo e di più nel viaggio all'intemo del mondo delle emozioni bensì solo di elogiarle. Nel suo incedere esso è fin troppo chiaro, poi astratto dunque inconcludente. Si fa beffa di qualsiasi giudizio perciò accetta qualsiasi critica. Parla di qualcosa mentre si passeggia, nella notte, nei vicoli oscuri in cui, piuttosto che aver paura, si gusta un certo senso del sublime che è propedeutico ad un dialogo sciolto.

‑ In tutto e per tutto esso non vuole essere programma d'azione partitica perchè parla ad amici. Ognuno potrà assaporarlo, odiarlo o ignorarlo ma in tutti i casi, non l’avrá eliminato. La vita riservata, che pulsa, è la sua giustificazione d'essere anche se qualsiasi atto di questo genere sarà stato compiuto in una città lontana. Esso non critica le emozioni discordanti, viene prima di esse, perchè ricorda che queste esistono.

‑ La politica attuale avrebbe bisogno di molti più attacchi portati in questa direzione. La

finzione teorica delle teorie politiche dovrebbe evitare di essere pedantemente razionalistica

e lasciarsi andare a comprensioni teoriche più vicine al carattere psicologico della dialettica sussistente tra rappresentanti e rappresentati. Gli attori sociali sono soggetti emotivi, per quanto razionali cerchino di essere le loro richieste in democrazia, e non mere funzioni. Il welfare stesso riguarda una vita che è fondamentalmente tensione nervosa. I  soggetti che aspirano ad una vita migliore hanno appunto desideri, non sono semplici aggregati

‑ In tutto e per tutto questo scritto non prende posizione a favore di qualsiasi tipo di liberalismo. Tuttavia esso racconta la tragica storiella che avviene nel suo interno dato che, ci viene detto, la nostra è una democrazia liberale.

‑ I termini “ plebe” e “aristocrazia” vanno interpretati a rovescio di ciò che storicamente s’intende.

‑ Qualsiasi tentativo di querela o coercizione. nei confronti del presente lavoro, non farà altro che arrecare un servigio alla sua dinamica. Saranno dunque bene accette tutte quelle azioni che trasformerebbero il discorso sul ressentiment da teoria in scienza. Tutto il resto viene da se, posto che si potrà mai parlare di seguito.

‑ Per concludere, è necessario ringraziare l’opera di Nietzsche. Senza la sua lacerazione filosofica non sarebbe esistito nemmeno, questo saggio tutto incentrato sulla giuliva contraddizione.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELLE OPERE DI RIFERIMENTO:

 

‑ Berlin I., Two concepts of  liberty, Oxford, 1958; trad. it. di Marco Santambrogio, Due concetti di libertà, Milano, 2000;

‑ Camus A., La chute, Paris, 1958, trad.it. di Sergio Morando, La caduta, Milano, 1958;                                  ‑ Carter I., ( a cura di ) L’idea di eguaglianza,  Milano, 2001;

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‑ Nietzsche, F., Also sprach Zarathustra, trad.it. dì Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Così parlò Zarathustra, Milano, 1965‑1977;

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‑ Sartre J.P, L' étre et le néanf, Paris, 1943,. trad‑ítdí Gíuseppe ‑del‑ Bo, L' essere e ff nuj2á~ Milano, 1965; ‑ Spinoza B., Ethica; trad. it. di Emilia Giancotti,. Effira., Roma,_ 1988;

 

 

 



[1] Si pensi alla situazione del giudice‑penitente ne La caduta di Albert Camus. Tutto è un inganno, la convinzione di essere superiori, al di là di ogni cosa viene facilmente distrutta attraverso una risata, poi un’altra e un'altra ancora. La costruzione egocentrica è fragile, ad un certo punto si apre la realtà esterna che ha sempre continuato a vivere e ad interagire. C'è un momento in cui il mondo della vita esterna si rivela in tutto il suo orrore ed è a quel punto che inizia la grande crisi: « Ero salito sul ponte delle Arti deserto a quell’ora, per guardare il fiume che s’indovinava appena nella notte sopravvenuta. Di fronte al monumento di Enrico IV, dominavo l'isola. Sentivo crescere in me un profondo sentimento di potenza e, come dire? di compiutezza, che mi dilatava il cuore. Inorgoglito, stavo per accendere una sigaretta, la sigaretta della soddisfazione, quando, nello stesso istante, dietro di me scoppiò una risata. Sorpreso feci un brusco voltafaccia : non c’era nessuno. Andai fino al parapetto : né battelli né barche. Mii voltai di nuovo verso risola, e sentii ancora la risata alle mie spalle, un po' più lontana, come se scendesse il fiume. Restavo immobile. Il riso diminuiva, ma lo sentivo ancora distantemente dietro di me, non venuto da alcuna parte se non dalle acque. Nello stesso tempo, percepivo i battiti precipitati del mio cuore. Ascolti bene : quella risata non aveva nulla di misterioso; era un buon ridere naturale, quasi amichevole, che rimetteva le cose a posto. D'altronde, presto non sentii più niente. Raggiunsi la riva, infilai rue Dauphine, comprai delle sigarette di cui non avevo affatto bisogno. Ero stordito, respiravo male. Esitavo ad uscire, quando improvvisamente sentii ridere sotto le finestre. Aprii. Sul marciapiede infatti alcuni giovani si separavano allegramente. Richiusi le finestre alzando le spalle; in fin dei conti avevo una pratica da studiare. Andai in bagno per bere un bicchier d’acqua. La mia immagine sorrideva nello specchio, ma mi sembrò che il mio sorriso fosse doppio ... » A.Carnus, La chute, Paris, 1956; trad. it. di Sergio Morando, La caduta, Milano, 1958. In Albert Camus, Le opere, ediz. Utet. Pag 404.

[2] Si pensi a queste illuminanti parole di Max Horkheimer: « Mentre l’uomo è diventato abilissimo nei suoi calcoli finché è in gioco la scelta dei mezzi la sua scelta dei fini ‑ un tempo in rapporto con la fede in una verità oggettiva ‑ è diventata priva d’intelligenza..», Eclipse of reason, New York 1944; trad. it. di Elena Vaccari Spagnol, Eclisse della ragione, Torino, 1969, pag.87. Questa frase esprime bene le azioni della nostra attuale politica democratica. Ricerca dell'utile con la regressione dell'intelligenza. Una coordinazione interna, tutta basata sul proprio profit che però non riesce ad imporsi all’esterno come davvero i suoi coordinatori desidererebbero. Il problema è che la maggior  parte delle leggi non essendo ideate con un fine, cioè giovare a tutti, appaiono alla maggioranza come un qualcosa di fondamentalrnente vuoto e carente quando vengono pensate in termini di una presunta volontà generale che in esse dovrebbe riscontrarsi e vedrne i benefici. Così la moltitudine arriva automaticamente a cambiare pensiero, e in quelle leggi assurde essa vede l'opposto della propria volontà: l'interesse particolare di un’aristocrazia mancata. Ad ogni passo Berlusconi regredisce, cioè si manifesta, e proprio nel far ciò si autoconfuta.

[3] Ibidem,

[4] Soltanto apparentemente questa potrebbe sembrare una proposizione gettata lì,  priva di significato, ma essa è spiegabile attraverso il ricorso analogico ad un autore che ne spiega il senso nell’ambito del tema dell'egualitarismo in materia dì filosofia politica e di etica sociale: « Le differenze nelle interpretazioni ll'ambito dell'eguaglianza fondamentale dipendono, quindi, dalle differenze di giudizio riguardo l'aspetto dell'essere umano che è moralmente fondamentale.

Per l’utilitarista, questo aspetto consiste nell'essere potenziali contenitori di utilità ( non nell’essere dei contenitori egualmente pieni, ma nell'essere dei potenziali contenitori ). Per il teorico dei diritti, esso consiste invece nell'essere portatori di diritti negativi ‑ nel fatto di vivere vite separate costituite da progetti che non devono essere ostacolati dai progetti altrui. Per egualitari come Rawls o Sen, invece, l’aspetto moralmente rilevante dell’essere umano è il fatto di avere degli interessi più o meno prioritari. Ogni individuo ha degli interessi più urgenti e degli interessi meno urgent~ e la soddisfazione di quelli più urgenti gode di priorità morale.». Ian Carter, L'idea di eguaglianza, Milano, 2001, pag.13. In ogni ordinamento democratico c’è una singola prospettiva di eguaglianza Anche tra le teorie più liberali o quelle più vicine al liberismo ed allo stato minimo ( vedi Von Hayek o Nozick ) c'è la richiesta di eguagliamento di qualcosa. Non è necessario dover essere per forza di sinistra per richiedere eguali opportunità in materia di politiche economiche e sociali. Ora la cosa inquietante è proprio questa. Berlusconi, e massa a seguito, pur essendo ultraliberale e liberista, ha promesso alla platea l'impossibile: diritti, lavoro, libertà individuale ecc. Il suo partito e i decadenti della coalizione sembravano essere una sintesi celestiale di libertà negativa e libertà positiva. Gli dei scesi in terra. Ma niente di tutto di questo. Il piano era nei loro intenti antidemocratici e certamente non ispirato concretamente ad un’ idea welfarista tipica di un governo liberale moderato. Qui superiamo il liberalismo, che in genere ha in mente un’dea di eguaglianza seppur minima. Ma qui superiamo anche ogni idea di libertà dato che il contraltare al nulla sul piano economico è dato da Fini al livello di movimento e azione individuale. L'attuale governo iniziò la danse macabre con l'uccisione di un ragazzo ‑ di appena vent'anni. Per non parlare poi della questione della giustizia, con il sovrano che fa l’apologia di se stesso. Ecco dunque l'ennesima prova dell'autoconfutazione. Una cosa è essere ispirati al liberalismo, e dunque avere in mente un piano concreto al livello di politiche sociali seppur tendenti alla destra, ed una cosa è invece essere degli squallidi reazionari,  autoritaristi e senza nessuna idea in mente di cosa voglia il popolo. Gìà , il popolo, proprio quel popolo del consenso che dai decadenti si aspettava qualcosa, cioè migliorare la propria situazione economica e sociale. Per questo motivo ciò che il popolo vuole parla da se. La sua volontà va in fondo nella direzione opposta dell'attuale governo. Esso aspetta qualcosa che deve arrivare ma che invece si sta allontanando. Concludiamo questa lunga nota con un altro estratto dal libro di Carter: « Un’ osservazione ormai comune nella filosofia politica contemporanea è che ( ... ) ogni teoria etica o politica con un minimo di consenso nelle democrazie liberali favorisce una forma di eguaglianza tra le persone. Affrontata in questo senso, non solo gli egualitari come Rawls e Seri ma anche gli utilitaristi e perfino i teorici libertari dei diritti ( come Robert Nozick ) sono a favore dell' eguaglianza » . Ivi, pag. 1l. Nella nostra democrazia a quale teoria politica ed etica viene dato il consenso? Ma non è forse tutto un po' drammaticamente oscuro e nello stesso tempo chiaro come l’effetto della luna piena che nel buio della notte rendo tutto visibile? La risposta è che non c'è né una democrazia né una teoria.

 

[5] Si pensi alle parole di Sartre: « ... l'abolizione dell'altro, per essere vissuta come trionfo dell'odio, implica il riconoscimento esplicito che l'altro è esistito. Allora il mio essere‑per‑altri, scivolando nel passato, diventa una dimensione irrimediabile di me stesso. E' ciò che devo essere, essendolo già stato. Non posso quindi liberarmene. Almeno, si dirà, gli sfuggo per il presente, gli sfuggirò nel futuro: ma no. Colui che, una volta, è stato per altri, è contaminato nel suo essere per il resto dei suoi giorni, anche se l'altro fosse del tutto soppresso: non smetterà di sentire la sua dimensione di essere‑per‑altri come una possibilità continua del suo essere. Non può riconquistare ciò che ha alienato; ed ha anche perso ogni speranza di agire sull'alienazione e di rivolgerla a suo profitto, perché l'altro distrutto ha portato la chiave di quell' alienazione nella tomba. »; Jean‑Paul Sartre, L’Etre et  le néanI, Paris, 1943; trad.it. di Giuseppe del Bo, L'essere e il nulla, Milano, 1965, pag. 465.

 

[6] Rudyard Kipling, The Jungle Book, 1894; trad.it. di Roberto Pasini, Il Libro della Giungla, Milano, 1994, ediz. De Agostini, pag. 45.

[7] Ivi, pag.30.

[8] Ivi, pag.34.

[9] Ivi, pag. 33.

[10] Ibidem.

[11] S.Petrucciani, Ragione e dominio. L'autocritica della razionalità occidentale in Adorno e Horkheimer. Roma, 1984, pag.357.

[12] Ibidem.

[13] Rudyard Kopling, Il Libro della Giungla, cit. pag.32.

[14] Ivi, pag. 33.

[15] Ivi, pag. 35.

[16] 12Max Horkheimer ‑ Theodor W.Adorno, Dialektik der Auflklarung, Amsterdam, 1947; trad.it. di Carlo Galli,     Dialettica dell' illuminismo, Torino, 1980. Edizione consultata: Einaudi, 1997, pag.24.

[17] Si pensi a queste parole illuminanti , che Sartre usa ne L'essere e il nulla, in riferimento al problema dell'esistenza dell' alterità umana rispetto all' ipseità del singolo: « Infatti, per godere del mio essere‑oggetto che assumo, tento di recuperarlo come oggetto; e poichè altri ne è la chiave, tento di impossesarmi di lui perchè mi consegni il segreto del mio essere. Così la vanità mi spinge a impossessarmí di altri e a costituirlo come un oggetto, per frugare in seno a questo oggetto e scoprirvi la mia oggettità.»; L'essere e il nulla, cit. pag.339.

[18] Isaiah Berlin, Two concepts of liberty, Oxford, 1958; trad.it.di Marco Santambrogio, Due concetti di l